12 luglio 1999, il giorno della svolta. E il calcio cambiò padrone

 

  



Nell’estate del 1999, il Molinella Calcio passò dalla Polisportiva ad un gruppo di privati che ne detiene tuttora la proprietà. Sono passati 20 anni esatti da quel cambio di gestione che, in qualche modo, potremmo definire storico. Sembrava l’inizio di una nuova era. Le cose, però, non sono andate proprio secondo i piani. Forse le attese erano diverse, le ambizioni troppo alte. Tutto si può dire, ma non che i nuovi padroni siano stati fortunati: solo un anno dopo, per effetto della cosiddetta Legge Bossman, si trovarono con un pugno di mosche in mano, pagate però a carissimo prezzo. Il dibattito comunque è aperto.

Da Quando corre il Novantesimo. 90 anni di calcio e di sport molinellese (Andrea Martelli; La Compagnia del Caffè, 2001), ecco la cronaca di quell’avvenimento.

 

 

C’era molta gente in piscina, la sera del 12 luglio. E c’era, soprattutto, molta curiosità di vedere in faccia i nuovi dirigenti, di scoprire che progetti avevano, quali novità (e quanti soldi) avrebbero portato. “Molinella Calcio 1911: l’Undici nel Duemila”. Un manifesto annunciava che quella sera la Nuova Società avrebbe svelato la propria formazione. Ci si aspettava che fossero chiariti anche molti aspetti della complessa operazione estiva che, come disse qualcuno, aveva di fatto sradicato il pallone dai piedi della Polisportiva. Una trattativa avviata fin dall’anno prima, aprile 1998, interrotta all’arrivo dei Commendatore, e ripresa poi quell’anno, quando il campionato non era ancora finito. Toccò a Martelli, per la parte che aveva avuto all’inizio, illustrare, alla presenza del sindaco Passarini e dell’assessore Mimmi, la “filosofia” del gruppo che si raccoglieva intorno a Sergio Frascari e a Francesco Gazzaneo, tutti e due piuttosto restii ad accettare cariche ufficiali. Nei loro progetti, altri avrebbero dovuto farlo. Ma per una serie di ragioni non andò così, e allora Frascari e Gazzaneo furono in un certo senso costretti a dividersi una sedia in due, accettando, Frascari, il ruolo di primus inter pares che la gente già gli attribuiva, e Gazzaneo la carica di presidente onorario. La scelta di Gazzaneo “come uomo-immagine” sembrò subito la più azzeccata. Lo si capì dall’insolita attenzione che la stampa riservava “al nuovo Molinella”. Con lui là davanti, la Società partiva da più tre. La sua competenza era garanzia della bontà del progetto, che si esprimeva in questi termini: riorganizzazione della Società e allargamento della base sociale, attraverso opportune iniziative; graduale rafforzamento della squadra, senza far pazzie (“mai un passo più lungo della gamba”, assicurava Redenzio Cenci, custode del portafoglio comune); rilancio del settore giovanile, con la dichiarata ambizione di creare “un polo geografico di rilevante interesse calcistico”, in cui il Molinella poteva proporsi “come naturale centro di attrazione” e, al tempo stesso “come centro propulsore nei confronti di realtà minori (Reno con tutto ciò che gli stava dietro)”. Un programma alla Gazzoni, se vogliamo: tale da non indurre sfrenati entusiasmi nei tifosi, ma anche l’unico possibile, con questi chiari di luna. In poche parole: se qualcuno aveva voglia di svenarsi per il calcio, si facesse pure avanti.

La pace con Reno fu il primo, significativo risultato di questa politica. Finiva “il derby dei piccoli”. Dopo dieci o dodici anni di accesa rivalità e difficile convivenza, le due società avevano firmato la convenzione “per un grande progetto di settore giovanile”. A Reno i Primicalci, i Pulcini e gli Esordienti; al Molinella i più grandi (Giovanissimi, Allievi, Juniores), distinguendo in questo modo l’attività di propaganda da quella più strettamente agonistica. Alla pacifica soluzione del conflitto aveva certamente contribuito il fatto che molti dirigenti del nuovo Molinella erano ancora legati in qualche modo all’Unione Sportiva Reno. Giorgio Zagni ne era stato a lungo il segretario generale, Frascari il principale sponsor, qualcun altro aveva i figli che giocavano di là, per cui non c’è da meravigliarsi se, in un primo tempo, si era sparsa la voce che Reno avesse comprato il Molinella. Delle due, chi sentirà di più la mancanza del derby sarà proprio Reno, che della rivalità con il Molinella aveva fatto la propria bandiera e che ora, con lo stato d’animo dell’orfano, si preparava ad affrontare una pericolosa crisi d’identità.


 

 

Ma non era questo che interessava alla maggior parte dei tifosi. La gente voleva soprattutto sapere che squadra sarebbe andata in campo la domenica. Di qui avrebbe misurato le reali intenzioni del gruppo Frascari-Gazzaneo (Cenci, Zagni, Gurioli, Nerini, Zamboni, Brini, Vitali, Martelli e Ghedini), di quei “C.A.R.I. ragazzi”, come li definiva il caffè, alludendo all’industria chimica di cui Frascari era l’amministratore delegato. Non è un mistero che, per quanto riguarda la scelta dell’allenatore, la Società fosse andata in prima battuta su Carlo Landi, una bandiera del calcio molinellese, che però l’Ozzanese non intendeva assolutamente mollare. Sergio Rambaldi, tecnico giovane e preparato, non fu però un ripiego dell’ultima ora. Per lui parlavano i risultati avuti a Migliarino. Con lui arrivò “il non più giovanissimo ma sempre in gamba Tieghi”, perno del centrocampo e “autentico uomo-spogliatoio”. Una volta sistemata la panchina e individuato l’ufficiale di collegamento, il diesse Marco Gurioli, l’unico dirigente rimasto della vecchia gestione, si tuffò nel mercato, riagganciando immediatamente il bomber Cavalli, che due anni prima aveva vinto qui la classifica dei marcatori. Nella stagione trascorsa a Sant’Agostino, il centravanti sembrava aver improvvisamente smarrito la via del gol, ma si confidava che l’aria di Molinella lo svegliasse dal letargo nel quale era precipitato giocando tra “i ramarri”. Tornò a vestirsi di rossoblù anche il portiere Succi e, a grande richiesta, furono riconfermati sia Caravita che lo svizzero Teta, per i quali gli acquirenti facevano la fila. La difesa era ancora imperniata sull’inossidabile Bragaglia, ma il centrale Di Ricco era, per molti, “il puntello che forse mancava”. Trovarono stabile impiego in prima squadra anche molti giovani del vivaio (Carozza, Turatti, Rambaldi, Cocchi e Pippo Temporin, arrivato in prestito nell’ambito dell’operazione-Reno) e il Molinella poteva quindi vantarsi di essere “la formazione più giovane del campionato”, appena 22 anni di media.

Quella fu soprattutto la grande stagione del diciassettenne Marco Carozza, che a marzo aveva già segnato 9 gol, meritandosi la convocazione in Nazionale Dilettanti Under 18. L’8 marzo giocò a Coverciano contro la Primavera dell’Empoli, che aveva appena vinto il Torneo di Viareggio. Fece la sua bella figura e fu convocato altre volte, in vista del Torneo delle Regioni, in programma a Paestum in aprile, e del più impegnativo appuntamento internazionale di giugno a Cagliari. Intorno al giovanissimo attaccante rossoblù si era intanto scatenato l’interesse delle grandi società. In prima fila c’era il Cesena, ma a fine campionato sarà l’Imolese (C2) a spuntarla sulle concorrenti. I suoi gol, 12 in tutto, compensarono “la preoccupante latitanza sotto rete del bomber (?) Cavalli”, che non tornò più da corsa, e la discontinuità di rendimemento di “un Caravita a corrente alternata per buona parte della stagione”. Per una squadra che non viveva delle prodezze di un singolo, ma (come scriveva il Carlino Ferrara) di “un’invidiabile organizzazione di gioco”, quei gol furono comunque sufficienti a proiettare in alto il Molinella, che accavallò il secolo con un gol di Turatti al Medicina. A due giornate dalla fine, i rossoblu di Rambaldi ebbero addirittura la possibilità di agganciare il Sant’Agostino in vetta alla classifica, ma i ferraresi riuscirono a strappare un pareggio (0-0) al Comunale e le distanze rimasero invariate. Di quella partita, che qualcuno volle ridurre a “ derby dei fratelli Temporin” (Pippo in maglia rossoblù e Roberto, un ex con la grinta di sempre, in campo coi ramarri), rimane il ricordo di “una tribuna strapiena, come non si vedeva più dai tempi della D”. Persa la grande occasione, Bragaglia & C. furono raggiunti sul filo di lana dal Basca. A Crespellano, dove si disputò lo spareggio per il secondo posto, il Molinella, sconfitto 1-0, vide andar via anche l’ultimo autobus per l’Eccellenza.

Alla categoria superiore approdò comunque nell’estate, in virtù di un ripescaggio “che sinceramente non sapevi se augurartelo o meno”, come disse un dirigente. Perché il bello veniva adesso, all’impatto con una categoria “dove è vietato scherzare”. (...)

 

   

 

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