Facevo il fornaio e pedalai con Bartali. Un articolo di Enrico Visani da La Bottega del Caffè

 

 

 

E’ appena uscito il libro “La Bottega del Caffè”, che raccoglie 70 articoli tra i più belli pubblicati in questi anni dal Caffè/Duecaffè. Come invito alla lettura, qui sotto ve ne proponiamo uno scritto dal pittore Enrico Visani (toscano d’origine e molinellese d’adozione) per il Resto del Carlino nel maggio del 2000, all’indomani della morte del grande Gino Bartali e poi ripreso dal nostro giornale on line il 20 luglio 2014.

 

Penso che fosse l’anno 1954. In quei giorni di vita grama, già da tempo per aiutare le scarse possibilità che la mia famiglia aveva e pensando di riuscire a riempire lo stomaco che spesso, in quell’età, è insaziabile (avevo 16 anni), decisi di fare il fornaio.

In questo mio fare “l’arte bianca”, dopo aver lavorato dall’una di notte alle otto del mattino, mi si obbligava a fare il fattorino, cioè colui che urlando “Pane caldo” girava prima il paese poi tutte le frazioni limitrofe. La partenza era con una gerla di circa cinquanta chili di pane e dieci chilometri da percorrere con una bicicletta scassata, che nella stagione estiva mi rallegrava al contrario di quando la neve ed il freddo pungevano le mie giovani e mal coperte membra e mi faceva sentire veramente uno schiavo.

Una di queste mattine, penso verso la fine di aprile di quell’anno e quando avevo già girato tutto il mio paese, Marradi, e mi apprestavo a servire il pane verso la periferia che raggiungevo percorrendo la strada che conduce verso Faenza, stavo affrontando con molta fatica la piccola salita che inizia dalla vecchia chiesa parrocchiale e raggiunge la parte pianeggiante del paese verso la stazione ferroviaria tanto decantata dal poeta Dino Campana. In quel momento udii alle mie spalle una voce a me nota dall’accento scanzonatamente toscanaccio che mi disse: “Forza ragazzo che gliè dura, ma le gambe tu ce l'à bone” e così in un batter d’occhio mi si affiancò l’allora campione Gino Bartali. La mia gioia fu tanta nel vederlo ed anche il tentativo di riuscire a seguirlo. Lui rallentò e così, per circa un chilometro, con il mio massimo sforzo, si parlò ed una sua frase mi rimase in mente: “Forza, ragazzo, anche quell’altro gli à fatto il fornaio da giovane!”. Così incoraggiato gli chiesi se anch’io avrei potuto fare il corridore e la sua risposta fu secca e perentoria: “A provarci tu ci po’ provare ma un'illuderti perché gliè dura”. Dopo poco si girò e scherzosamente aggiunse: “O tu vieni o io me ne vò”. Io continuai ad urlare: “Ciao Gino, ciao Gino”.
Mi sentii onorato di questo incontro anche se in verità il mio idolo era “quell’altro” e cioè Fausto Coppi ma so per certo che probabilmente se avessi incontrato lui non mi avrebbe degnato neanche di uno sguardo, ma non per superbia solo per il suo carattere così schivo. 
Ora mi domando come era possibile che un campione così conosciuto in tutto il mondo si allenasse da solo. Quel giorno veniva da Firenze ed aveva già affrontato salite enormi e discese insidiose con solo due tubolari intrecciati sulle spalle ed una borraccia. Penso che oggi nessuno di coloro che vengono chiamati campioni sia carico di tanta volonterosa umiltà e coraggio ma “Ginetaccio” lo era, anche se poi alla fine diceva sempre: “Gliè tutto da rifare”.

(Enrico Visani)

 

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Il libro “La Bottega del Caffè” (Autori Vari, pag,168) lo trovate al Punto Centrale di Gianni Nori

 

 

 

 

   

 


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