Molinella al tempo della Spagnola. Confronti con la Sindrome Cinese che oggi fa tanta paura

 



Gaiani Francesca di Luigi e della defunta Fornasini Anna, bracciante di anni 40, nubile, è morta oggi, 26 febbraio 1919, ad ore 18 circa, nell’Ospedale di Molinella. Per disposizione dell’Autorità Civile, non furono fatte le esequie perchè la Gaiani Francesca è morta di malattia infettiva (febbre spagnola). Ebbe però l’Olio Santo”.

E’ il primo caso molinellese di “spagnola”, la terribile pandemia influenzale che, tra il marzo del 1918 e gli ultimi mesi del 1920, in tre successive ondate, colpì circa un miliardo di persone dall’Australia alla Groenlandia (vale a dire un terzo della popolazione mondiale), lasciando sul campo almeno 100 milioni di vittime in tutto il mondo. Pur in assenza di dati certi, il tasso di mortalità della febbre spagnola fu di poco superiore al 10%. Solo per dare un idea, oggi in Cina la mortalità da coronavirus è inferiore al 3%

La spagnola si manifestò per la prima volta a Fort Riley, nel Kansas (USA), e arrivò in Europa al seguito dell’esercito americano. I primi casi furono registrati tra i soldati delle trincee francesi. La chiamarono “febbre spagnola” perché nella penisola iberica era sembrata più micidiale che altrove, ma era solo un’impressione: non essendo sottoposta a censura militare preventiva, in quanto la Spagna si era tenuta fuori dal primo conflitto mondiale, la stampa di quel paese parlava liberamente della malattia, al contrario di molti altri paesi dove la spagnola fu “censurata o addirittura negata” dalle autorità per non impressionare l’opinione pubblica.

Il quadro clinico, caratterizzato da febbre alta, tosse, dispnea e dolori diffusi, era quello della broncopolmonite batterica. La morte poteva sopraggiungere in pochi giorni per edema polmonare.

Responsabile della malattia era il virus influenzale di tipo A, sottotipo H1N1, le cui caratteristiche, secondo studi recenti, erano in grado di provocare un’abnorme reazione del sistema immunitario che non proteggeva più l’organismo, ma lo debilitava ulteriormente. .

Al contrario di quanto avviene generalmente nelle epidemie influenzali, nel 62% dei casi la febbre spagnola colpì soprattutto giovani-adulti in età compresa tra i 18 e i 40 anni, risparmiando in qualche modo le fasce più deboli della popolazione, cioè i bambini e gli anziani, i quali (almeno questi ultimi) avevano probabilmente sviluppato anticorpi nel corso di una precedente epidemia registrata nel 1890-91.

In Italia, la febbre spagnola contagiò più o meno 4 milioni e mezzo di persone, pari al 12% dell’intera popolazione che, all’epoca, contava circa 36 milioni di individui. I morti furono stimati tra 375mila e 650mila. Si disse perciò che ne aveva uccisi più la spagnola che la guerra con i suoi 600 mila caduti.

Il primo caso di spagnola in Italia fu accertato a Sossano, in provincia di Vicenza, nel settembre del 1918. Gli ultimi decessi sono del dicembre 1920. Il picco dell’epidemia si ebbe tra marzo e aprile del 1919, quando l’influenza colpì più duramente anche a Molinella.

In tutto il nostro Comune, che all’epoca contava circa 12 mila abitanti, i morti accertati furono 41 (17 solo nel capoluogo), almeno 396 “gli infetti”. Per disposizione del Prefetto, vennero proibiti anche a Molinella i rintocchi funebri delle campane,, gli annunci mortuari e i funerali, per non demoralizzare la popolazione già provata dalla guerra. Vietate feste, spettacoli e veglioni, gli assembramenti di piazza e i cortei. Le osterie avevano l’obbligo di chiudere al tramonto.

Si aveva quasi paura di chiamare la spagnola col suo nome. C’era chi la chiamava misteriosamente “malattia 11”, chi addirittura ne metteva in dubbio l’esistenza e parlava di “pseudo influenza”. All’epoca non c’erano i social, ma le fake news correvano ugualmente di bocca in bocca. Molti si lasciarono suggestionare da teorie complottiste, secondo le quali il contagio era colpa dei tedeschi che volevano vendicare per via batteriologica la sconfitta subita in guerra.

Allora come oggi, le cronache dei giornali raccontavano di paesi e città semideserte” e di “fantasmi che vagavano per strada con la mascherina di pezza sulla faccia”. Ma ovunque ci si faceva coraggio dicendo che nel giro di due o tre mesi l’influenza sarebbe passata e allora tutti sarebbero tornati a mangiare carne e prosciutto, a ballare e a far festa.

L’influenza spagnola rimodellò la popolazione umana più di ogni altro evento successivo alla peste nera del XIV secolo. Contribuì a determinare le sorti della prima guerra mondiale, gettando probabilmente anche le basi della seconda. Impose una straordinaria accelerazione ai cambiamenti avvenuti nella prima metà del Novecento, dando quindi forma al mondo che oggi conosciamo. Favorì lo sviluppo della medicina pubblica e dell’assistenza sanitaria per tutti, l’amore per le attività all’aria aperta e, in definitiva, anche la passione per lo sport.

 

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