Molinella, la peste del 1630. Confronti e analogie col Covid-19

 

 


La grande pestilenza -
La peste di manzoniana memoria, “che pareggia tutte l’erbe del prato”, infierì qui come altrove, mietendo vittime a Molinella come nel resto d’Italia. Conosciamo i nomi e la causa del decesso dal Libro dei Morti conservato nel nostro archivio parrocchiale. La prima sepoltura di un appestato avvenne il 28 luglio 1630: si trattava di una certa Francesca, moglie di Angelo Tassini, che in poco tempo fu raggiunta nella tomba dai quattro figli, dal marito, dal cognato e da un nipote. L’ultima è del 29 novembre di quello stesso anno, quando fu accompagnato al cimitero tale Giacomo del fu Vittorio Gulinelli. Nella nostra parrocchia si ebbero in tutto (pur nell’incertezza dei numeri) almeno 28 morti, di cui 9 bambini, su una popolazione di circa 900 anime. A tutti venne data cristiana sepoltura “in cimiterio novo”. Da ciò si capisce che, per ragioni di pubblica igiene, era stato costruito un apposito recinto per i morti di peste, del quale, finito il flagello, non si fa più alcuna menzione. Da un documento dei primi anni del ’800 veniamo però a sapere che il primo cimitero, comune tanto alla Molinella bolognese quanto alla Molinella ferrarese, si costruì nello stesso luogo in cui “una volta si seppellivano i morti di peste”, e cioè nel cortile della casa oggi di proprietà del fotografo Scarabelli (per i contemporanei, dietro e di fianco all’ufficio delle Assicurazioni Generali, ndr) in via Mazzini.

Dopo il flagello - Non è rimasto ricordo di particolari funzioni religiose, compiute in paese durante l’epidemia di peste. Senonché cominciò a diffondersi tra il popolo la credenza che fosse stato il Santo Taumaturgo Francesco da Paola a liberare Molinella dal terribile flagello. L’unica cosa certa è che, per tutti quei mesi, da luglio a novembre, la statuetta della Madonna del Rosario rimase esposta nel Presbiterio dal lato del Vangelo. Era, a quel tempo, Parroco della Molinella Don Andrea Faccioli, il quale, stante il divieto, per bolognesi e ferraresi, di attraversare il Po e l’Idice, nel timore del diffondersi del contagio, affidò la cura delle famiglie che abitavano oltre il fiume al Rettore di Traghetto, che dipendeva ancora dalla Parrocchia di Consandolo. Non bisogna infatti dimenticare che l’Idice scorreva lungo l’attuale Via Fiume Vecchio e che i confini della nostra Parrocchia si spingevano oltre il fiume, fin contro Traghetto, che all’epoca era di qua dal Po, mentre adesso è di là dal Reno. Tale divieto di transito rimase in vigore per tre anni, come pure il divieto di pesca nelle acque dei canali “a motivo dell’igiene”. Passato il contagio e caduto ogni divieto, quelle case oltre l’Idice (tre in tutto) restarono però definitivamente sotto Traghetto.

 

Fin qui, don Vittorio Gardini nel suo Molinella in Saecula Saeculorum (La Compagnia del Caffè, 2002, modificato e integrato da documenti più recenti), a proposito della peste del 1629-1630, raccontata da Manzoni nei Promessi Sposi. Quella volta, il responsabile dell’epidemia, che in Europa causò tra i 15 e i 20 milioni di vittime, non fu un virus ma un batterio, trasmesso all’uomo dai topi tramite le pulci. La peste cosiddetta “bubbonica” risparmiò in parte le campagne, colpendo soprattutto i grandi centri urbani. A Milano, la città italiana più colpita, la mortalità fu pari al 74%: 186mila decessi su una popolazione di 250mila abitanti; a Bologna le vittime furono almeno 15mila su 62mila abitanti (24%). Milano focus epidemico non è però l’unica analogia con la situazione che stiamo vivendo da febbraio a causa del coronavirus. Anche la diffusione geografica del contagio è la stessa. Come pure la saturazione degli ospedali-ricovero e la necessità di creare nuovi posti letto. Non è una novità la caccia al paziente zero e nemmeno la caccia all’untore. Non lo sono neppure divieti e restrizioni sociali, negazionismi e complottismi, contrasti tra scienza e politica. Per non parlare delle fake news che il Manzoni chiama “trufferia di parole”. Tutto questo, analogie e ricorsi storici, lo trovate nell’articolo dell’Espresso che vi proponiamo qui sotto.

Link > https://espresso.repubblica.it/…/la-peste-di-milano-inchies…

 

 

   

 


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