60 anni fa, il 25 agosto 1960, cominciavano le Olimpiadi di Roma

 

 

 

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Avevo poco più di cinque anni. I miei ricordi sono i ricordi di mio padre. Quando Berruti vinse la finale dei 200, Baldrati rimpianse di essere rimasto a casa e svenne per l’emozione davanti alla tv. Mio padre, invece, era lì, seduto pochi metri oltre il traguardo, due file sopra Gregory Peck, divo del cinema americano.

Posso immaginare che in quel momento il pensiero di mio padre sia corso al professor Facchini, l’amico di sempre. Dietro il successo del torinese con gli occhiali c’era infatti il lavoro paziente e la competenza del professore molinellese, che per quattro anni era stato appunto l’allenatore di Berruti alle Fiamme Oro Padova.

Uscendo dallo stadio, mio padre scrisse una cartolina che poi dimenticò di imbucare. La ritrovò già affrancata nella tasca della giacca quando arrivò a casa.

Tornò col treno della Veneta una domenica pomeriggio. Io e mia mamma eravamo in stazione ad aspettarlo. Ci portò da Roma qualche regalino (oggi si direbbero gadgets). Per me due casacche col colletto, una rossa e una blu, su cui erano stampati i cinque cerchi, la lupa e il colosseo. E poi una bandierina, che sventolò a lungo sul manubrio della mia bicicletta.

La sera stessa mio padre andò al bar da Arduino, dove incontrò Romano Casucci, il quale gli confessò che alla fine non aveva saputo resistere al richiamo del sacro fuoco di Olimpia e, all’ultimo momento, era partito anche lui in treno con Danilo Delli.

Danilo faceva l’atletica dall’Olimpico, io li commentai da Via Veneto – disse Casucci -

Andavamo in onda per radio tutte le sere a mezzanotte”.

Mio padre credeva di essere stato l’unico di Molinella ad essere andato a Roma a vedere le Olimpiadi e gli pareva strano non averli mai incontrati, quei due, che nessuno li avesse sentiti alla radio, neanche Baldrati, che stava alzato tutta notte in attesa delle ultime notizie.

Per forza! – disse ancora Casucci - Tu, caro mio, a quell’ora già dormivi nella tua camerina alla Pensione Primavera”.

Ma, per curiosità, che treno avete preso voi due? “- insisteva mio padre.

Che treno abbiamo preso? Quel treno per Yuma, naturalmente!”

 

Mio padre tornò altre volte allo Stadio Olimpico. Entrando per prendere posto, si guardava intorno ogni volta per vedere se c’era ancora Gregory Peck, seduto appena due file sotto di lui, camicia bianca abbagliante e cappello di paglia in testa, com’era abituato a vederlo nelle memorabili giornate romane del 1960. Vedendo la poltroncina vuota, oppure occupata da uno sconosciuto, rimpiangeva la magica, irripetibile atmosfera d’allora Quando Roma era la Hollywood sul Tevere e i divi te li trovavi seduti accanto. Quando la vita copiava il cinema e la vita era dolce come il film di Fellini. Andrea Martelli

 

   

 


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