Il pittore Enrico Visani ricorda il suo incontro con Pablito

 

Foto / R. Diamanti per il Guerin Sportivo: Paolo Rossi (a sinistra) con il pittore Visani (al centro);
Torino- Galleria La Bussola, 1981

 

Esponevo alla famosa galleria d’arte “La Bussola” di Torino. Era il 1981 e, come sovente accadeva a quei tempi, l’amico Italo Cucci, direttore del Guerin Sportivo, si adoperava per favorire la presenza di giocatori alle mie mostre”.

Il mondo del calcio, spesso presente a queste manifestazioni, anche per esigenze pubblicitarie mi onorò della sua partecipazione: vennero infatti a vedere la mia mostra i giocatori del Torino e quelli della Juventus. Ricordo che mio zio Emidio Cappelli era particolarmente agitato perché, pur essendo un tifoso della Fiorentina, riconosceva quasi tutti i calciatori e smaniava per indicarmeli.

Quello è Tardelli, quell’altro è il famoso Dino Zoff e poi ancora il “barone” Causio” cominciò lo zio recitando una litania di nomi alla quale io posi fine dicendo” e quello è Paolo Rossi!!”. Poi mi avviai con passo deciso verso “Pablito” salutando tutti gli altri giocatori e lasciando lo zio con un palmo di naso, palesemente sorpreso per questa mia inattesa conoscenza del giocatore. Mi presentai al Campione ringraziandolo per la sua presenza e soffermandomi a guardarlo con invidia perché era tutto un susseguirsi di belle ragazze che volevano fotografarlo, abbracciarlo e stringergli la mano con grande trasporto.

Mi feci coraggio e iniziai con lui una breve conversazione spingendomi perfino a parlare di calcio, un argomento che non mi era proprio familiare anche se devo dire che ne seguivo le vicende sui giornali. Dopo il tradizionale brindisi inaugurale continuai a conversare con il campione e, mentre si parlava, notai che lui mi fissava con uno sguardo attento e interessato. “Scusi maestro, ma noi due non ci siamo per caso già conosciuti in altra occasione?” mi chiese all’improvviso: “Sa a me pare di conoscerla!!”.

Ero stato preso, come si suole dire in gergo calcistico, in contropiede e abbozzai una risposta imbarazzata: “E’ possibile, essendo lei di Prato, una città dove ho vissuto e lavorato per tanti anni, ma ora sinceramente non ricordo. Io la conosco per le sue imprese sportive.”

Non contento, Paolo Rossì, quasi fosse incredulo per la mia spiegazione, mi incalzò: “Si, ma dove esponeva i suoi quadri? Perché io le gallerie di Prato le conosco quasi tutte”. A quel punto fui preso da una sorta di panico perché se avessi risposto avrei dovuto confessargli il mio primo mestiere e cioè che frequentavo la città non in quanto pittore, bensì come pasticcere. Esitai un poco e poi, pensando che in fondo “non avevo fatto il ladro”, orgogliosamente gli confessai: “Caro Pablito, la mia vita è assai diversa dalla tua. Io sono nato assai povero e per mangiare ho fatto il fornaio-pasticcere. A Prato ho lavorato dal famoso Lenzi e alla Castellina, in via del Palco, che forse tu conosci bene.

Con un sorriso mi rispose in dialetto toscano: “Dai, un mi dire che t’ha lavorato da Elio Lazzari!!. Ora sì che sono certo di conoscerti, caro Enrico, perché da ragazzo abitavo di fronte alla pasticceria, lì vicino alla Chiesa.”

Caro Paolo, ora credo anch’io che ci siamo conosciuti, magari sul campetto di calcio della Parrocchia. Tu eri un giovane ragazzo e promettevi di diventare un campione” lo incalzai e per tutta risposta Paolo mi apostrofò amichevolmente: “Non solo credo che ci siamo conosciuti, ma mi pare di ricordare un romagnolo che, quando dovevamo comporre le squadre, mi voleva sempre dalla sua parte. Per me eri proprio tu” e abbracciandomi simpaticamente soggiunse: “Però eri anche un gran rompipalle, perché quando giocavi contro di me mi davi delle spinte pazzesche con quella tua pancia che, vedo, non hai smaltito”

Ora il tono della nostra conversazione era diventato scherzoso e affabile: parlammo della località detta “La Castellina” e del mio vecchio mestiere di apprendista pasticcere. Lui mi confidò che in quei giorni aveva delle questioni con gli organismi europei del calcio, mentre io ero alle prese con il difficile mondo dell’arte. Lo ringraziai per avermi reso partecipe della sua gioventù e ci lasciammo: lui per divenire, l’anno seguente, capo cannoniere del Mondiale di Spagna e io per continuare nella mia ricerca di consensi artistici. Io non sono riuscito a diventare molto famoso e la Coppa del Mondo l’ho vinta solo in televisione come tifoso della Nazionale.

Oggi, alla triste notizia della sua morte, lo ricordo come amico e come grande uomo sul piano sportivo e soprattutto sotto il profilo umano. Enrico Visani

 

 

   

 

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