Eraldo Pecci, l'amico ritrovato. Insieme al Regionale Nagc del 1970. Un articolo di Andrea Martelli

Eraldo Pecci, l'amico ritrovato. Insieme al Regionale Nagc del 1970. Un articolo di Andrea Martelli

 

 

 

La serata, piacevolissima, trascorsa con Pecci il 13 luglio scorso in piscina, ha avuto un prologo non meno piacevole e divertente al Ristorante Ai Tiri.
Avrei sempre voluto togliermi una curiosità. Così, l'altra sera, tra un piatto e l'altro, gli ho chiesto se per caso il Pecci che tutti conosciamo, quello che regalò al Bologna la Coppa Italia del 1974, calciando l'ultimo e decisivo rigore nella finale col Palermo, quello che aveva vinto lo scudetto col Torino nel 1976, che aveva giocato nella Fiorentina e poi nel Napoli con Maradona, era lo stesso ragazzino di Cattolica, un piccoletto simpatico e insolente, che avevo conosciuto nel settembre del 1970 al Raduno Regionale NAGC di Villa Pallavicini.
E' bene spiegare che i Centri NAGC (Nucleo Addestramento Giovani Calciatori) erano le Scuole Calcio di oggi. Con i NAGC, istituiti dalla Federcalcio alla metà degli anni 60, la tecnica di base diventava per la prima volta materia d'insegnamento. Nel 1969 anche il Molinella aprì i portoni dello stadio alla “prima leva di bambini dai 10 ai 14 anni” e il Centro NAGC, diretto da Edgardo Bianchi, “con 52 iscritti era uno dei più numerosi d'Italia”. Alla fine di quel primo anno di corso “l’allievo Martelli Andrea fu mandato per una settimana al raduno regionale che si tenne a Bologna presso la Villa Pallavicini”.
Ed è stato lì che io e Pecci ci saremmo incontrati. A dire la verità, mi era venuto anche il dubbio, in tutti questi anni, di essermi sbagliato, ma con quel nome che ricordavo benissimo le probabilità d'errore erano obiettivamente poche. Quanti saranno a Cattolica, mi chiedevo, quelli del 55 che si chiamano Eraldo?
A sgombrare il campo da ogni equivoco, ci ha pensato Pecci: Certo, che ero io!”. E così abbiamo cominciato a ricordare quelle giornate a Villa Pallavicini: le prove tecniche al mattino, quelle atletiche al pomeriggio e poi il torneo tra le squadre delle province (Bologna e Ferrara insieme).
Ti ricordi del responsabile tecnico del raduno? Come no?! Era Guglielmo Giovannini, che poi è diventato selezionatore della Nazionale di Serie C. E ti ricordi di quel tale Cesati di Reggio Emilia? Qualche anno dopo, debuttò in Serie A con l'Inter, segnando anche un gol all'esordio, per poi sparire nel nulla. Mai più sentito dire. Come fai a non ricordarti di Cuccureddu?! Oh, cosa vuoi che ti dica? Gli ho giocato contro tante volte nel derby, ma alla Pallavicini proprio non me lo ricordo.
Chiariamo: Antonello Cuccureddu aveva 6 o 7 anni più di noi ed era un giocatore già abbastanza affermato. Arrivato da poco alla Juve, proveniente dal Brescia, si allenava tutti i giorni alla Pallavicini con la Compagnia Atleti Militari. Trascorreva gran parte della mattinata in piscina e al pomeriggio se ne andava per i fatti suoi su una fiammante spider rossa. Noi lo guardavamo con invidia. Un giorno, subito dopo pranzo, propose a me e a un altro di andare a fare un giro in città. Giusto un giro intorno alle Due Torri e poi tornammo indietro. Roba di mezzora in tutto, per farci vedere e sentirci grandi, incuranti del rischio che stavamo correndo, perché se Giovannini ci avesse scoperto, sicuramente ci avrebbe mandati a casa tutti e due.
Eravamo in due sulla macchina di Cuccureddu: io, dietro, seduto di traverso, con le gambe in gola; l'altro, quello che stava comodamente sdraiato sul sedile accanto al guidatore, con gli occhiali da sole (trovati nel cruscotto) piantati sulla punta del naso e l'aria di chi non ha paura di nessuno, mi pare fosse proprio “il piccoletto” di Cattolica. Lui, però, non se lo ricorda e allora penso che forse mi sono sbagliato. Facciamo così, mi dice Pecci: quando vedrò Cuccureddu, se mai succederà, gli chiederò se quello sulla sua macchina ero io e poi ti saprò dire.
Giovannini non ci punì per quella fuga pomeridiana, della quale, per fortuna, non seppe mai nulla. Anzi, sembra fosse rimasto molto impressionato dalla mia “forza atletica e abilità nel gioco aereo”. Lo scriveva, bontà sua, Mario Zentrell sull'Aperitivo: “L’ha fregato la paura di Coverciano. Era il più bell’atleta di Villa Pallavicini. Cercavano un atleta da mandare a Coverciano e Andrea Martelli c'è andato vicino. Il Molinella aveva mandato lui a rappresentare la società e Andrea ha fatto fare bella figura alla Polisportiva. Ha vinto la prima prova dei tiri, si è piazzato secondo nella prova di atletica, ha disputato un ottimo percorso nella terza prova. Ma qui è entrata in gioco l’emozione: quando ha fiutato aria di Coverciano, gli sono venute le gambe molli. Così, nell’ultima prova, il palleggio, si è bloccato. Il tecnico federale Giovannini – aggiungeva Zentrell, con tono vagamente consolatorio - pur rammaricato di non poterlo mandare a Coverciano, ha fatto ugualmente i complimenti al ragazzo e alla società”.
Non era vero. L'emozione contò il giusto. Era la tecnica che faceva difetto e nel calcio d'allora contava soprattutto quella. Non era ancora suonata l’ora dei muscolari. La Grande Olanda era già dietro l’angolo, ma questo lo imparai solo qualche anno più tardi dalla televisione.
Neppure io sono stato scelto per andare a Coverciano, mi dice Pecci. Andarono in tre e uno dei tre era Tremaglia, che voi di Molinella conoscete bene, perché ha giocato qui per qualche anno. Questa non la sapevo, gli rispondo. E poi, cos'è successo? E' successo che un anno e mezzo dopo io non ero più un giocatore. Mi avevano mandato a fare un provino per il Baracca Lugo, ma un grave infortunio al ginocchio, il primo di una lunga serie, mi impedì di continuare. Pecci, intanto, dal Superga 63 di Cattolica era arrivato al Bologna, dove aveva trovato un allenatore di Molinella, Gastone Mazzanti, genero di Arduino il barista, che lo accompagnò fino all'esordio in Serie A nel gennaio del 1974.


Da quell'estate del 1970, io e Pecci non ci siamo più visti. Fino all'altra sera, non ero neanche sicuro che ci fossimo mai incontrati. Ricordo che quando tornai a casa e dissi a mio padre che alla Pallavicini avevo giocato con Eraldo, lui subito mi chiese: “Eraldo chi? Monzeglio?!”, sperando si trattasse del grande terzino del Bologna anni 30, indifferente a tutto il resto della storia.

(Andrea Martelli)

 

   

 

 

 

   

 

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