STORIE

 

17 gennaio, la festa degli animali

 

 

Si deve a Omnibus e US Reno il recupero, 23 anni fa, di un' antica tradizione che era andata

 

perduta. Tutto (ri)cominciò col Premio Pirro. Storie di animali illustri e cani molto sportivi. 

 

 

 

                  (musicanti di brema)

 

L’usanza di far benedire gli animali domestici il giorno di Sant’Antonio Abate, è una tradizione molto antica, tipica delle civiltà contadine com’era la nostra fino agli anni ’60 del secolo scorso. Il 17 gennaio era un giorno di festa grande: segnava la graduale ripresa delle attività nei campi, dopo il letargo invernale, cominciato in novembre, per San Martino, quando le bestie e gli attrezzi, come si diceva una volta, “erano stati messi a riposare”.

I primi segnali di un cambiamento che nei 100 anni successivi avrebbe letteralmente cancellato dal calendario usanze millenarie e sconvolto i tranquilli ritmi di vita della civiltà contadina, cominciarono a manifestarsi, almeno a Molinella, verso la metà dell’800. Il parroco di allora, il vecchio don Andrea Contri, tuonò dal pulpito contro alcune famiglie del molinellese che “in spregio a Santa Madre Chiesa” avevano negato al signor curato le primizie, rifiutandosi perfino di far benedire le bestie nelle stalle per Sant’Antonio. Ma fu don Vittorio Gardini a certificare nel gennaio del 1959 la fine di un’epoca. “Quest’anno – scriveva sul diario della parrocchia  – per la prima volta dopo tanti anni non andrò a benedire le stalle. Nessuno mi ha chiamato …”.

 

  

                                                                                            (benedizione delle stalle)

 

A richiamare gli animali al centro della piazza 32 anni dopo, restituendo loro almeno per un giorno la regale dignità di cui in altri tempi avevano goduto, fu il Premio Pirro, che il Carlino del 30 settembre 1991 presentava così: Curiosa e singolare manifestazione il ‘Premio Pirro’, organizzato da Reno-Italia Csi col patrocinio del nostro giornale, che si è svolto sabato 28 presso la parrocchia di Molinella. La festa dei cani di tutte le razze e misure, accompagnati dai loro padroni alla presenza di Don Francesco Fuschini, prete scrittore romagnolo, ha voluto dare il proprio contributo alla causa degli animali abbandonati. Il premio Pirro, consegnato dallo stesso Don Fuschini, è andato alla cagnetta Lola (che cammina con due zampe) di Sara Binelli; la coppa Cassa Rurale per la migliore fotografia a Danko di Giacomo Zambelli, mentre il trofeo “Omnibus-Pagina Sport di Molinella” (l’antenato del Caffè, NdR) ha premiato Briciola di proprietà di Massimo Paderni, capace di palleggiare e correre con la palla tra i piedi come un perfetto calciatore”.

 

                                                                                                                                                (Premio Pirro, 28 settembre 1991)

 

In quel 1991, don Francesco Fuschini (San Biagio d’Argenta 1914 – Ravenna 2006) era una delle firme più apprezzate del Carlino. E non c’era lettore del giornale bolognese che non avesse conosciuto Pirro, “il cane del prete”, che “aveva la sua cuccia in Terza Pagina”, luogo solitamente frequentato da giganti della cultura italiana come Carducci e Bacchelli, Prezzolini, Biagi, Arcangeli, Spadolini e tanti altri ancora. La mattina dell’8 dicembre, i molinellesi scoprirono (non senza un po’ di orgoglio campanilistico) che don Fuschini aveva scelto quella tribuna così prestigiosa per fare pubblicità a Molinella e dire alla sua maniera che “da oggi è intitolato a Pirro il Premio Nobel dei cani”.

 

                                                                                                                                 (Premio Pirro, 17 gennaio 1993)

 

Molinella (Bologna), una cittadina con una gran voglia di vivere – scriveva don Fuschini - La cultura si fa sentire nelle serate a dialogo spalancato. M’ha fatto stravedere con un invito pieno d’amicizia al raduno canino per il Premio Pirro. Per tutto il viaggio un branco di pensieri stuzzichini m’ha fatto compagnia. Come avrà fatto la buona gente, in questa Italia che scoppia di notizie col rimbombo, a sapere che il cane romagnolo ha fatto vita col suo prete per 14 anni? Pirro non è Andreotti: come avete fatto a scoprire che in Romagna c’era una volta un cittadino a quattro zampe?” (…) A Molinella, Pirro ha cancellato anni di silenzio poltrone”.

Uno spot pubblicitario in grande stile che diede a Molinella e al Premio Pirro una risonanza nazionale. Protagonisti della prima edizione erano stati soltanto i cani, ma tanto bastò a riaccendere la fiammella del ricordo, quando gli animali erano davvero i nostri compagni di viaggio. A partire dal 17 gennaio 1993, il premio, che ebbe tuttavia una vita breve e si esaurì nei due anni successivi nonostante don Fuschini avesse continuato a scriverne sul Carlino, trovò la sua definitiva e giusta collocazione nel giorno di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali. La festa dei cani diventò così la festa di tutti gli animali domestici, che nel cortile della parrocchia tornarono a ricevere la benedizione secondo la formula antica: “Dà, o Signore, la tua benedizione a queste creature che sono in mezzo a noi a gloria del Tuo nome, per la nostra e la loro gioia. L’uomo le rispetti e ne abbia cura, riconoscendo in loro la traccia della Tua infinita sapienza”.

Se il prete non va più da loro, sono loro, gli animali, a venire adesso dal prete” disse il parroco don Carlo Federici, inaugurando di nuovo, dopo 34 anni di “silenzio poltrone”, una tradizione che dura tuttora.

 

 

 

  

Il 17 gennaio di ogni anno ci ricordiamo più facilmente che anche gli animali hanno un’anima. “L’ha detto perfino il Papa – scrive Andrea Martelli nella prima pagina del Bestiario, in appendice al suo ultimo libro, Vite di molinellesi illustriGli animali sono creature di Dio, nostri compagni di viaggio qui sulla terra, incamminati anch’essi verso l’Eternità. I loro nomi sono scritti in cielo, come è per gli uomini. Hanno gioito, vissuto e sofferto, compiuto imprese memorabili o trascorso una vita intera alla catena. Hanno lasciato un segno profondo del loro passaggio in mezzo a noi oppure sono passati senza lasciare traccia”. Alcuni di loro sono diventati leggenda e il paese ne fa ancora memoria a distanza di tanti anni. Nel libro, pubblicato dalla Compagnia del Caffè nel dicembre 2012 e ancora in vendita presso il Punto Centrale di via Mazzini, Andrea Martelli ricorda, tra gli altri, Schéccia, la mucca dei Pedrelli che nell’800 viaggiò l’Europa raccogliendo premi ovunque; il cavallo bianco Senza Nome del Re Muratori; Adua, la scimmia prigioniera nella grotta, invocata di notte per spaventare i bambini; Rusòli, il somarino dell’acqua; Cibacco il cane che prendeva il treno per Portomaggiore; il pesce rosso del signor Mazzoni di Marmorta che visse sottovetro per 19 anni; il cagnone Dik che arrivò una sera d’estate coi baracconi; Allarmi-siam-fascisti, la gracula parlante di Peppe il fruttivendolo. Ma, poiché non dobbiamo mai dimenticarci di essere soprattutto un giornale sportivo, chiudiamo questa rassegna di illustri animali molinellesi con una dedica a Bugsy il cane da corsa che vinse a Wimbledon, scritta da Nicola Mimmi per il caffè di dicembre 2011.

 

 

                                                                                                                                                         (Bugsy)

Quando correva nel cinodromo di Wimbledon, tutti lo conoscevano come Helenas Rock . Nella sua carriera di racer (o cane da corsa), iniziata nel 2007 e conclusa nel 2009, ha vinto 18 gare, 7 volte è arrivato secondo e 10 terzo. In tutto, 35 podi su 72 gare cui ha preso parte. 27”85 il suo tempo migliore sul giro (480 mt.). Quando ha smesso di vincere è diventato inutile per il proprietario, un peso per l’allenatore. La sua storia, come quella di tanti cani da corsa, sarebbe probabilmente finita male, se… non l’avessimo adottato. Bugsy (questo il suo nome da pensionato delle corse) è un levriero greyhound. E’ nato in Irlanda il 2 dicembre 2005 e vive con noi da circa un anno la sua seconda vita felice. L’abbiamo adottato grazie al GACI, un'associazione di volontari di Modena. Ci sono altre 30 famiglie come noi che, ogni mese adottano in levriero ex racer. Questi cani, capaci di raggiungere, se ben allenati anche gli 80 km orari, nascono in apposite farm in Irlanda. Una femmina solitamente, partorisce 8-11 cuccioli. Di questi, appena uno o due sopravvivono fino ai 2 anni di età. A 12-15 mesi vengono infatti scartati, e quindi uccisi anche brutalmente, i soggetti che non hanno propensione alla corsa o che sono troppo lenti. I migliori vengono invece venduti a privati o ad associazioni di proprietari che li fanno correre nei cinodromi del Regno Unito. Quando però un cane si fa male, e questo accade spessissimo, o diventa troppo lento e non riesce più a vincere, viene subito eliminato. Se è ‘fortunato’ viene sottoposto a eutanasia, più spesso finisce impiccato, o legato alle traversine dei treni, vivisezionato nei laboratori, portato ai cosiddetti ‘canili dei 7 giorni’, dove nessuno sopravvive più di una settimana, oppure venduto per 10-20 euro ai coreani, che lo servono… in tavola. Si parla di 30.000 cani, tutti registrati nello Stud Book, che ogni anno finiscono in questa colossale mattanza. E tutto questo accade purtroppo nella civilissima Irlanda, dove le famiglie proprietarie di un cane da corsa lo tengono in un pollaio e si stupiscono che ci sia qualcuno interessato alla sua sorte! Proprio perché ero interessato alla sorte di questi poveri cane, ho scritto al caffè. Perché mi piaceva far conoscere le imprese sportive del mio Bugsy, ex cane da corsa, ma soprattutto raccontare ciò che accade dopo la corsa a quelli meno fortunati di lui (n.m.)”.

 

          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

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