Il giorno dei Santi Papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II,
due giganti della Chiesa che spesso si sono rivolti al mondo dello sport.
Papa Wojtila e l’US Reno

Sauro Tugnoli dona a Papa Giovanni Paolo II un pallone da calcio e la divisa dell’US Reno.
Argenta, 23 settembre 1990. (foto Arturo Mari/L'Osservatore Romano)
(27 aprile) Questa mattina, in Piazza San Pietro a Roma, davanti ad oltre un milione di pellegrini, Papa Francesco ha proclamato la santità di due suoi predecessori, molto amati dal popolo cristiano. Papa Giovanni XXIII (1958-1963) e Papa Giovanni Paolo II (1978-2005), due giganti della Chiesa, che qui vi proponiamo in una versione particolare, attraverso i loro discorsi al mondo dello sport.

Del papa polacco circolano moltissime fotografie che lo ritraggono mentre giocava a calcio con i ragazzi della sua parrocchia, mentre scendeva il fiume in canoa, addirittura mentre sciava in incognito sulle piste del Terminillo, alla faccia dei benpensanti che proprio non si capacitavano all’idea di un papa sportivo. Tra le tante, ne abbiamo scelta una, quella in un certo senso più “nostra”, che ci mostra Papa Wojtyla ad Argenta, il 23 settembre 1990, mentre riceve in dono da Sauro Tugnoli, capitano dell’Unione Sportiva Reno, un pallone da calcio e la divisa verde e blu della squadra. La foto che vedete pubblicata qui sopra, già vista molte volte per la verità, è stata scattata da Arturo Mari, per tanti anni fotografo ufficiale della Santa Sede. Aggiungiamo, per la cronaca, che il Papa, quel giorno, venne ad Argenta (col presidente Cossiga) per rendere omaggio alla memoria di don Minzoni e che il capitano del Reno, Sauro Tugnoli, oggi vive negli Stati Uniti, a Charlotte, North Carolina.
Molto più difficile, quasi impossibile, invece, considerati i tempi e anche la stazza dell’uomo, trovare qualche fotografia di Papa Roncalli in tenuta sportiva. In assenza di immagini, dobbiamo in questo caso ripiegare sui discorsi. Uno in particolare: quello che Giovanni XXIII pronunciò il 24 agosto 1960 agli atleti che partecipavano alle Olimpiadi di Roma. E, per non far torto a nessuno dei due Papi che domani saliranno alla gloria degli altari, vi proponiamo di seguito anche l’omelia che Giovanni Paolo II tenne allo Stadio Olimpico il 29 ottobre 2000, in occasione del Giubileo dello Sport, a cui partecipò anche una folta rappresentanza dell’Unione Sportiva Reno.


Discorso del Santo Padre Giovanni XXIII agli atleti di tutto il mondo, convenuti a Roma per i Giochi della XVII Olimpiade dell’Era Moderna
(Roma-Piazza San Pietro, 24 agosto 1960)
A voi, cari atleti, che partecipate ai Giochi Olimpici di Roma:
Davanti a questo obelisco, eretto anticamente nel mezzo del circo di Nerone, proprio qui dove si tramanda che Pietro, il Principe degli Apostoli, abbia subito il martirio, il colonnato del Bernini sembra voler stringere in un abbraccio tutti noi che lo contempliamo.
Con la stessa benevolenza con cui, nel 1905, il Nostro predecessore di immortale memoria, Pio X, ricevette la visita del barone Pierre de Coubertin, fondatore delle Olimpiadi, e ne approvò i progetti, anche Noi vogliamo accogliervi e ringraziarvi di questa visita. Abbiamo aspettato a lungo, come abbiamo detto parlando familiarmente con alcuni di voi qui presenti. Ed ora siamo molto felici di essere venuti da Castelgandolfo per salutare qui, in Piazza San Pietro, le vostre valorose squadre al completo.
Ma l’aspetto più importante di questo pomeriggio, che evoca tanti ricordi, vorremmo che vi entrasse profondamente nell’anima: che ognuno di voi possa acquisire un sentimento più elevato della propria condizione di atleta e sentire più chiaramente l’arcana voce spirituale di Roma.
Non possiamo, si capisce, augurare la vittoria ad ogni squadra di ginnastica o ad ogni atleta, augurarla agli uni più che agli altri. Ma questo non ci impedisce di augurare con tutto il cuore che in questi giorni le gare siano utili a tutti voi e che tutti nelle gare diano il meglio di se stessi.
Non possiamo stimare di più la vittoria conquistata nello stadio che il corretto esercizio del corpo. La famiglia e coloro che si occupano dell’educazione dei giovani dovrebbero però garantire che, nell’attività ginnica, non si consideri il corpo come il bene supremo dell’uomo e che la passione per lo sport non impedisca, come spesso succede, l’adempimento dei propri obblighi spirituali. Se praticati in maniera equilibrata, è certamente vero che i giusti esercizi fisici e la leale competizioni sono da considerarsi degni del massimo rispetto, dal momento che, grazie alla ginnastica, si coltivano diverse qualità di grande valore come la salute, la forza, l’agilità, la grazia e l’armonia, per quanto riguarda il corpo, la perseveranza, la forza d’animo e l’abitudine al sacrificio, per ciò che invece si riferisce all’anima.
Pertanto, e di questo ne siamo pienamente convinti, nelle gare olimpiche darete esempio di sana e leale competizione, liberi da ogni invidia e contesa; nella lotta si mostrerà la vostra costanza e la vostra allegria; modesti nella vittoria, sereni nella sconfitta, tenaci nelle difficoltà, apparirete come dei veri atleti, mostrando agli innumerevoli spettatori la verità di quell’antico proverbio che dice: mens sana in corpore sano, una mente sana in un corpo sano.
Prima che ve ne andiate, vi chiediamo di riflettere ancora un attimo sul magnifico destino che Dio ha affidato alla Città di Roma, sia per quanto riguarda il corso degli eventi umani, sia per ciò che attiene la Nostra Santa Religione. Per un mirabile disegno della Divina Provvidenza, questa città è diventata il centro di un impero che ha tentato di associare in un unico vincolo di civiltà non solo i popoli che si affacciavano sul Mediterraneo, ma anche quelli che abitavano regioni molto lontane.
Questa condizione reale, che ha notevolmente favorito le possibilità di comunicazione e la diffusione di una lingua comune, ha fatto sì che la città di Roma, per volere di Dio, diventasse anche il centro della religione cristiana, e questa stessa città, che rappresenta il più alto grado di civiltà attraverso i secoli, ha trasmesso a tutti i popoli i beni inestimabili del Vangelo della salvezza, della carità e della pace.
Quando uno arriva a Roma, vedendo tanti monumenti antichi e luoghi pieni di maestà, non può non ascoltare la voce che viene da essi, avendo modo così di verificare anche la verità di ciò che abbiamo appena detto. L’umile successore di Pietro, che vi sta parlando, desidera ardentemente che prestiate ascolto a quella voce.
Infine, abbracciandovi con cuore commosso, tutti voi, che pure appartenete a nazioni diverse, siate fraternamente legati secondo lo spirito dei Giochi. Preghiamo Dio Onnipotente che amorevolmente conceda a voi, ai vostri parenti e ai vostri amici i frutti abbondanti della Sua celeste benedizione.
(traduzione dal latino)

L’US Reno attende l’arrivo del Papa (Roma, Stadio Olimpico: Giubileo dello Sport, 29 ottobre 2000)
Giubileo dello Sport: omelia di S.S. Giovanni Paolo II
(Roma-Stadio Olimpico, 29 ottobre 2000)
"Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!" (1 Cor 9,24).
A Corinto, dove Paolo aveva portato l'annuncio del Vangelo, vi era uno stadio molto importante, in cui si disputavano i "giochi istmici". Opportunamente, pertanto, l'Apostolo, per spronare i cristiani di quella città ad impegnarsi a fondo nella "corsa" della vita, fa riferimento alle gare di atletica. Nelle corse allo stadio - egli dice - tutti corrono, anche se uno solo è il vincitore: correte anche voi... Attraverso la metafora del sano agonismo sportivo, egli mette in luce il valore della vita, paragonandola ad una corsa verso una meta non solo terrena e passeggera, ma eterna. Una corsa in cui non uno soltanto, ma tutti possono essere vincitori.
Ascoltiamo oggi queste parole dell'Apostolo, raccolti in questo Stadio Olimpico di Roma, che ancora una volta si trasforma in un grande tempio a cielo aperto, come in occasione del Giubileo internazionale degli sportivi, nel 1984, Anno Santo della Redenzione. Allora, come oggi, è Cristo, unico Redentore dell'uomo, che ci accoglie e con la sua parola di salvezza illumina il nostro cammino.
A tutti voi, carissimi atleti e sportivi di ogni parte del mondo, che celebrate il vostro Giubileo, rivolgo il mio caloroso saluto! Il mio ‘grazie’ più cordiale ai Responsabili delle Istituzioni sportive internazionali e italiane, e a tutti coloro che hanno collaborato ad organizzare quest'appuntamento singolare con il mondo dello sport e con le sue varie articolazioni.
Ringrazio per le parole rivoltemi il Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Signor Juan Antonio Samaranch, e il Presidente del CONI, Signor Giovanni Petrucci, come pure il Signor Antonio Rossi, medaglia d'oro a Sydney ed Atlanta, che ha interpretato i sentimenti di tutti voi, carissimi atleti. Mentre vi contemplo raccolti in bell'ordine in questo stadio, mi tornano alla mente molti ricordi della mia vita, legati ad esperienze sportive. Cari amici, grazie per la vostra presenza e grazie soprattutto per l'entusiasmo con cui state vivendo questo appuntamento giubilare.
Con questa celebrazione il mondo dello sport si unisce, come un grandioso coro, per esprimere attraverso la preghiera, il canto, il gioco, il movimento, un inno di lode e di ringraziamento al Signore. E' l'occasione propizia per rendere grazie a Dio per il dono dello sport, in cui l'uomo esercita il corpo, l'intelligenza, la volontà, riconoscendo in queste sue capacità altrettanti doni del suo Creatore.
Grande importanza assume oggi la pratica sportiva, perché può favorire l'affermarsi nei giovani di valori importanti quali la lealtà, la perseveranza, l'amicizia, la condivisione, la solidarietà. E proprio per tale motivo, in questi ultimi anni essa è andata sempre più sviluppandosi come uno dei fenomeni tipici della modernità, quasi un "segno dei tempi" capace di interpretare nuove esigenze e nuove attese dell'umanità. Lo sport si è diffuso in ogni angolo del mondo, superando diversità di culture e di nazioni.
Per il profilo planetario assunto da questa attività, è grande la responsabilità degli sportivi nel mondo. Essi sono chiamati a fare dello sport un'occasione di incontro e di dialogo, al di là di ogni barriera di lingua, di razza, di cultura. Lo sport può, infatti, recare un valido apporto alla pacifica intesa fra i popoli e contribuire all'affermarsi nel mondo della nuova civiltà dell'amore.
Il Grande Giubileo dell'Anno 2000 invita tutti e ciascuno ad un serio cammino di riflessione e di conversione. Può il mondo dello sport esimersi da questo provvidenziale dinamismo spirituale? No! Anzi proprio l'importanza che lo sport oggi riveste invita quanti vi partecipano a cogliere questa opportunità per un esame di coscienza. E' importante rilevare e promuovere i tanti aspetti positivi dello sport, ma è doveroso anche cogliere le situazioni in vario modo trasgressive a cui esso può cedere.
Le potenzialità educative e spirituali dello sport devono rendere i credenti e gli uomini di buona volontà uniti e decisi nel contrastare ogni aspetto deviante che vi si potesse insinuare, riconoscendovi un fenomeno contrario allo sviluppo pieno della persona e alla sua gioia di vivere. E' necessaria ogni cura per la salvaguardia del corpo umano da ogni attentato alla sua integrità, da ogni sfruttamento, da ogni idolatria.
Occorre essere disposti a chiedere perdono per quanto nel mondo dello sport si è fatto o si è omesso, in contrasto con gli impegni assunti nel precedente Giubileo. Essi saranno ribaditi nel "Manifesto dello Sport", che tra poco sarà presentato. Possa questa verifica offrire a tutti - dirigenti, tecnici ed atleti - l'occasione per ritrovare un nuovo slancio creativo e propulsivo, così che lo sport risponda, senza snaturarsi, alle esigenze dei nostri tempi: uno sport che tuteli i deboli e non escluda nessuno, che liberi i giovani dalle insidie dell'apatia e dell'indifferenza, e susciti in loro un sano agonismo; uno sport che sia fattore di emancipazione dei Paesi più poveri ed aiuto a cancellare l'intolleranza e a costruire un mondo più fraterno e solidale; uno sport che contribuisca a far amare la vita, educhi al sacrificio, al rispetto ed alla responsabilità, portando alla piena valorizzazione di ogni persona umana.
"Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo" (Sal 125,5). Il Salmo responsoriale ci ha ricordato che per riuscire nella vita bisogna perseverare nella fatica. Chi pratica lo sport questo lo sa bene: è solo a prezzo di faticosi allenamenti che si ottengono risultati significativi. Per questo lo sportivo è d'accordo col Salmista quando afferma che la fatica spesa nella semina trova ricompensa nella gioia della mietitura: "Nell'andare se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni" (Sal 125,6).
Nelle recenti Olimpiadi di Sidney abbiamo ammirato le imprese di grandi atleti, che per giungere a quei risultati si sono sacrificati per anni, ogni giorno. Questa è la logica dello sport, specialmente dello sport olimpico; ed è anche la logica della vita: senza sacrifici non si ottengono risultati importanti, e nemmeno autentiche soddisfazioni.
Ce lo ha ricordato ancora una volta l'apostolo Paolo: "Ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile" (1 Cor 9,25). Ogni cristiano è chiamato a diventare un valido atleta di Cristo, cioè un testimone fedele e coraggioso del suo Vangelo. Ma per riuscire in ciò è necessario che egli perseveri nella preghiera, si alleni nella virtù, segua in tutto il divino Maestro.
In effetti, è Lui il vero atleta di Dio; Cristo è l'Uomo "più forte" (cfr Mc 1,7), che per noi ha affrontato e sconfitto l'’avversario’, satana, con la potenza dello Spirito Santo, inaugurando il Regno di Dio. Egli ci insegna che per entrare nella gloria bisogna passare attraverso la passione (cfr Lc 24,26.46), e ci ha preceduto in questa via, perché ne seguiamo le orme.
Ci aiuti il Grande Giubileo a rafforzarci e ad irrobustirci per affrontare le sfide che ci attendono in quest'alba del terzo millennio.
"Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!" (Mc 10,47).
Sono le parole del cieco di Gerico nella vicenda narrata nella pagina evangelica proclamata poc'anzi. Possono diventare anche parole nostre: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!".
Fissiamo, o Cristo, lo sguardo su di Te, che offri ad ogni uomo la pienezza della vita. Signore, Tu guarisci e fortifichi chi, fidandosi di Te, accoglie la tua volontà.
Oggi, nell'ambito del Grande Giubileo dell'Anno 2000, sono qui radunati idealmente gli sportivi di tutto il mondo, anzitutto per rinnovare la propria fede in Te, unico Salvatore dell'uomo.
Anche chi, come l'atleta, è nel pieno delle sue forze, riconosce che senza di Te, o Cristo, è interiormente come cieco, incapace cioè di conoscere la piena verità, di comprendere il senso profondo della vita, specialmente di fronte alle tenebre del male e della morte. Anche il più grande campione, davanti alle domande fondamentali dell'esistenza, si scopre indifeso ed ha bisogno della tua luce per vincere le sfide impegnative che un essere umano è chiamato ad affrontare.
Signore Gesù Cristo, aiuta questi atleti ad essere tuoi amici e testimoni del tuo amore. Aiutali a porre nell'ascesi personale lo stesso impegno che mettono nello sport; aiutali a realizzare un'armonica e coerente unità di corpo e di anima.
Possano essere, per quanti li ammirano, validi modelli da imitare. Aiutali ad essere sempre atleti dello spirito, per ottenere il tuo inestimabile premio: una corona che non appassisce e che dura in eterno. Amen!



















