Primavera del '57: caccia al mostro dei Cortili
Le notti della Rana Bue nella zirudèla di Arrigo Altobelli

Primavera del ’57. “Lungo l’argine sinistro di Reno - ricorda il maestro Masotti - andando da Santa Maria Codifiume verso Traghetto, c’erano alcune cave o maceri, specchi d’acqua di forma rettangolare, profondi non più di un metro e mezzo, pieni di canne palustri. Forse, in antico, vi avevano estratto della terra, per rinforzare gli argini del fiume. Alla sera, dopo il lavoro, gli abitanti della borgata erano soliti andare a pescare in quei maceri e vi si trattenevano fino a tarda ora. Una notte di fine maggio, uno di questi pescatori, dopo aver raccolto in fretta le canne da pesca, si precipitò a casa di corsa. Si era spaventato, udendo uno strano muggito, come se salisse dall’acqua. Riferì il fatto ad altri, i quali, curiosi o forse soltanto increduli, si recarono sul posto e anch’essi udirono il muggito, come di un grosso vitello. La notizia corse veloce di casa in casa, di osteria in osteria e arrivò nel centro del paese. Alcuni burloni che erano andati ad ascoltare il muggito, rientrando al Circolo Concordia di Codifiume, raccontarono che avevano mandato in acqua il cane e questo era scomparso”. Era nata la leggenda della rana-bue e la caccia al mostro del Saraceno riempì le cronache di quell’inizio d’estate. La Rai, che aveva inviato sul posto una troupe, fece da amplificatore. Una folla di curiosi invase il fondo Piccolo Saraceno, di proprietà del dottor Neri, calpestando e distruggendo quanto il contadino Bertocchi vi aveva seminato. Stavano lì giorno e notte, con gli occhi sbarrati e le orecchie dritte, attenti a qualsiasi rumore. Arrivavano a migliaia, da ogni parte d’Italia, in macchina, con i guzzini e le lambrette. I venditori ambulanti di panini imbottiti, bibite e gelati facevano affari d’oro. Spuntavano allibratori clandestini: si accettavano scommesse, si imponevano taglie sulla testa del mostro. I carabinieri sostavano in permanenza sul fondo, per regolare l’afflusso e garantire, in quella ressa, un minimo d’ordine pubblico. Anche da Molinella, tutte le sere, si partiva in spedizione. All’incrocio della Confina c’era una baracca che era la bottega di un barbiere. Questi, stanco di dover continuamente interrompere il lavoro per dare indicazioni ai passanti, attaccò alla porta un cartello, con la freccia in direzione-Cortili e la scritta: “Al mostro metri 300”. La sera del 21 giugno, scrive il Resto del Carlino, “circa 10.000 persone hanno assistito alla cattura del mostro del Saraceno. Lo stagno era illuminato a giorno da potenti riflettori, ma il mostro, dopo essersi fatto sentire con un lacerante muggito verso le 23, taceva, forse impressionato da tanto rumore. All’una dopo mezzanotte il muggito si è ripetuto, verso il lato meno affollato del macero, dove sostavamo solamente noi cronisti con il mezzadro. Intanto, due uonmini suun burchiello scandagliavano la superficie dello stagno, mentre da riva un terzo uomo dirigeva le operazioni. Gli uomini della barca sono stati solleciti a gettare la rete, ma il mostro è sfuggito all’insidia. Un troppo brusco movimento per obbedire ad un richiamo - ‘Eccola, è là!’ - gridato da riva, ha fatto rovesciare la barchetta”. Uno dei due occupanti (pare che si chiamasse Baratta) aveva però individuato il punto da cui proveniva il muggito. Lo raggiunse a nuoto e riuscì quindi a catturare il mostro con le mani. Si trattava in realtà di “un rarissimo esemplare di rana muggente cornuta dell’America Latina, del peso di 1 Kg e lunga almeno 40 centimetri”.
Tutto ciò succedeva a pochi passi da casa nostra, subito di là dal confine, ma ne fummo tutti ugualmente e piacevolmente travolti. Il nostro concittadino Cattani, l’ambulante che aveva fatto affari d’oro con i panini, non riusciva a darsi pace per l’avvenuta cattura del mostro. Arrivò ad offrire 5.000 lire, purché si tenesse nascosta la preda e la pacchia potesse continuare. I professori della Facoltà di Veterinaria, che avevano preso in consegna il mostro, non sapevano spiegarsi come la rana muggente avesse potuto arrivare fin qui dal Sud America. Dissero però che “il muggito è un richiamo emesso dall’animale quando va in amore”. E in amore andarono, più del solito, anche i molinellesi, nel fresco di quelle notti d’estate. Nove mesi dopo si registrò un sensibile aumento delle nascite. L’impiegato dell’Anagrafe e la levatrice comunale, che non erano nati ieri, furono concordi nell’attribuirne la responsabilità ai concerti notturni della rana muggente, ben sapendo che tenersi stretti stretti nell’erba è sempre il modo migliore per esorcizzare la paura. Ma, come dice Arrigo Altobelli di San Pietro, che alla rana bue dedicò una famosa zirudèla, qualcuno forse esagerò nella stretta.
(Andrea Martelli: Tanti saluti dal secolo scorso Diario molinellese del 900; La Compagnia del Caffè, 2000)

Arrigo Altobelli di Alberino (1900-1982) abitava lungo quella via di confine che è il Cavo Benedettino, un po’ di qua e un po’ di là, come si dice, “argentano de jure, molinellese di fatto”.
Di mestiere faceva il fabbro. Realizzava bellissime porte e cancellate in ferro, che disegnava lui stesso. Fin da giovane era stato un accanito lettore. Leggeva con avidità tutto ciò che gli capitava tra le mani, divorava giornali e libretti umoristici, come Il travaso delle idee o Il Candido di Guareschi. Parlava e scriveva in un buon italiano e, nella sua vis comica, diceva di ispirarsi al grande Alfredo Testoni, autore dialettale bolognese.
Altobelli è ricordato per le sue zirudèle, che raccontavano con ironia fatti e personaggi del luogo o dei paesi vicini. Qualche tempo fa c’era stato anche un contatto tra la figlia di Altobelli e la Compagnia del Caffè per valutare la possibilità di raccogliere in un libro le opere dal mèstar di fràb. Il progetto non ebbe seguito, ma non è detto che non possa essere ripreso.
A giudizio unanime dei fans di Altobelli, e ce ne sono ancora tanti, “la zirudèla della rana bue” (1957), che abbiamo avuto dal signor Adorno Callegari, è il suo capolavoro .


Questa foto, scattata dal Maestro Mario Nocentini che ha insegnato per 20 anni alla scuola elementare di S. Pietro Capofiume, è l'unica testimonianza della rana bue di cui disponiamo. Purtroppo non si vede (quasi) niente .



















