Giocare alla Ringo! è una pubblicità della Gazzetta

Ma per noi di Molinella giocare alla Ringo ha un altro significato

 

 

  

                                                                                    Gilberto Ringo Mantovani con la maglia dell’Alberino (1967)

 

 

La Gazzetta dello Sport ha recentemente promosso a livello nazionale un torneo di calcio giovanile, sponsorizzato dalla nota marca di biscotti Ringo. “Giocare alla Ringo!” era lo slogan coniato per l’occasione. Ma, per quelli di noi che ricordano ancora il calcio molinellese degli anni 60-70, “Giocare alla Ringo!” ha un altro significato.

 

Gilberto Mantovani, detto Ringo, (classe 1938) era uno stopper roccioso, insuperabile nel gioco di testa, risoluto nel calciare anche dritto per dritto, quando era chiamato a risolvere una mischia. Figlio del custode del Campo Sportivo di Tresigallo che per ragioni di lavoro si era poi trasferito con la famiglia nel vercellese, Ringo giocava nel Santhià, in Piemonte, quando nell’estate del ’66 Edgardo Bianchi e Gianni Busi, allenatore e direttore sportivo dell’Alberino, lo videro giocare in un torneo alla Stuoia e ne rimasero impressionati. Per rilevarne il cartellino dalla società piemontese ci vollero 150mila lire, che furono raccolte con una colletta nei bar del paese. Allettato anche dalla prospettiva di trovare lavoro presso la cosiddetta “fabbrica del marmo”, Ringo accettò di venire a giocare all’Alberino.

 

I granata, all’epoca in terza categoria, galleggiavano a metà classifica, ma nella stagione seguente, con l’innesto di Ringo, misero il catenaccio ad una difesa divenuta imperforabile. L’Alberino, che aveva trovato in Ringo il suo pilastro difensivo, giocò tutto il campionato senza subire neanche un gol in casa. La promozione in seconda categoria, al termine della stagione 1966-67, venne di conseguenza.

 

Abbandonato per forza di cose il campetto della frazione, inadeguato per un campionato di seconda, l’Alberino ottenne di giocare le partite casalinghe allo Stadio. La squadra granata divertiva il pubblico e ogni domenica riempiva la tribuna, più di quanto riuscisse a fare un Molinella ormai in declino, al tramonto dell’era Bentivogli. Si mise allora in moto la diplomazia politica, per fare in modo che il gruppo dirigente di Alberino assumesse la guida del Molinella. Così avvenne, infatti, e tutta la squadra di Alberino, riposta nell’armadio dei ricordi la gloriosa casacca granata, l’anno seguente si vestì di rossoblu. Era il 1968 quando Ringo sbarcò a Molinella, guardato con sospetto dagli esteti del bel calcio, ma destinato a lasciare un segno profondo nella storia di questa società.

 

 

Molinella 1968-69: Ringo è il quinto in piedi, da sinistra

 

 

 

Quello che venne dopo era il Molinella dei fratelli Bianchi, presidente e allenatore, ma anche di Gilberto Ringo Mantovani, arrivato con gli altri di Alberino, e di Luigi Deserti, cresciuto nella società. Se la squadra, come scriveva Zentrell, era la perfetta combinazione degli opposti, quei due, Ringo e il principe Luigi, ne erano l’esempio più lampante. Ringo, con quel nome che sembrava appena uscito da un film Spaghetti Western di Sergio Leone, era “ il killer degli avanti avversari, … la roccia, … la torre del fortino assediato”, insomma, uno che faceva della legna. In area, in un modo o nell’altro, i palloni erano tutti i suoi. Quando rinviava di testa, la palla andava tranquillamente da un’area all’altra. Con il pugnale sempre tra i denti, Ringo era “il Sandokan di tutti gli stopper”.

Deserti, giovane capitano, era invece “un dandy in tweed”, ricco di personalità (e magari anche di soldi), bello da vedere, elegante e raffinato nel tocco, “ma non meno deciso nei contrasti”. Ringo stopper e Deserti libero. Uno faceva il camionista, l’altro viaggiava in Lancia Fulvia: li chiamavano, infatti, “Camion & Coupé”.

 

 

Molinella 1969-70: Ringo è il secondo da destra in piedi

 

 

Intorno a questa strana coppia di difesa, il Molinella costruì quell’anno le sue fortune. Tormento, Inglis e Luminon erano i nomi di battaglia – “nomi da urlo” - degli altri guerrieri che facevano cerniera davanti al portiere Poletti. Le partite avevano spesso “il Veleno (Venturoli) nella coda” e la vittoria nasceva quasi sempre da un lancio lungo di Ringo proveniente dalle retrovie o da una fuga solitaria di De Franceschi sulla destra, conclusa da un cross al centro per l’accorrente Osti. Era questa la caratteristica di una squadra lunga e vincente, della quale si dovrà far memoria presto, quando sembrerà che solo una squadra corta abbia le carte in regola per vincere la partita.

  

Molinella 1970-71: Ringo è al centro della fila in piedi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

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