I 200 anni dell'Arma dei Carabinieri. Ritagli di storie molinellesi

Al carabiniere ignoto che attraversa la piazza (Molinella, 1901)
L'Arma dei Carabinieri compie 200 anni. Quando i francesi lasciarono Torino, con la Legge delle “Regie Patenti” del 13 luglio 1814, Vittorio Emanuele I di Savoia istituì il Corpo dei Reali Carabinieri, con compiti simili a quelli della gendarmeria d’oltralpe. Il loro nome deriva dalla carabina, l’arma che ogni carabiniere aveva in dotazione. Il primo comandante generale fu Giuseppe Thaon di Revel.
Prendendo sempre a modello la gendarmerie francaise, due anni dopo, nel febbraio del 1816, nacque anche il Corpo dei Carabinieri Pontifici, che riuniva sotto le proprie insegne tutti i corpi di polizia dello Stato della Chiesa, appena restaurato nei suoi poteri e nella sua integrità territoriale dal Congresso di Vienna.
L’alluvione di Molinella del 1839
e l’opera del tenente dei Carabinieri Pontifici Achille Freddi
Era precisamente un ufficiale dei Carabinieri Pontifici il tenente Alessandro Achille Freddi, che all’indomani della disastrosa alluvione dell’Idice del 6 dicembre 1839, era stato inviato a Molinella dal Cardinal Legato “con un distaccamento di Carabinieri e Dragoni a cavallo, per rilevare dappresso i bisogni e riconoscere i lavori da farsi per la chiusa della bocca alla Grilla (…). Interprete il tenente Freddi de’ generosi sentimenti de’ suoi Superiori e dell’Emerito Corpo a cui appartiene, mise a disposizione dell’Autorità Comunale la Caserma de’ Carabinieri, onde vi riparassero tanti derelitti ch’erano senza tetto, volendo che i suoi dipendenti stessero giorno e notte in una delle camere della Residenza Comunale per accorrere ovunque”.
Di quel tragico evento, avvenuto quando era Priore del Comune (cioè sindaco) il concittadino e benefattore Raffaele Valeriani, il tenente Freddi ci ha lasciato testimonianza in un libretto pubblicato dall’editore Marsili di Bologna nel 1840, che La Compagnia del Caffè ha ristampato nel 2003 in edizione anastatica.

(Stampa, XIX secolo)
1861/1870
I Carabinieri del Re a Molinella
Tra il 1861 e il 1870, mentre si completava il dissolvimento dello Stato Pontificio, tutti i carabinieri di stanza nei territori annessi al Regno d’Italia (compresa l’Emilia e le Romagne) confluirono via via nel Corpo dei Carabinieri Reali di Vittorio Emanuele II, ad eccezione di un centinaio di uomini che continuarono a prestare servizio all’interno delle mura vaticane anche dopo la presa di Roma da parte dei piemontesi.
E’ forse da qui che Lino Gurioli avrebbe voluto cominciare a scrivere della “presenza dei carabinieri a Molinella”, secondo un idea che illustrò a me e ad altri qualche settimana prima di morire. Non so di quali documenti disponesse. E’ certo, ad esempio, che la prima Caserma dei Regi Carabinieri era la stessa già occupata in passato dalla Guardia Civica, al tempo dell’occupazione francese, e successivamente dalla Gendarmeria Pontificia.
La foto che vedete qui sotto offre lo scorcio di una Molinella che non c’è più: tanto per dare un’idea, dov’era la casa che si vede sulla sinistra, c’è ora la sede della Carisbo, mentre il palazzo col portico è stato abbattuto per far posto alla chiesa nuova. Ebbene, fino ai primi anni del 900, i carabinieri erano alloggiati nella casa a sinistra, divenuta poi sede della Posta e quindi, come abbiamo appena detto, di una banca. Nei 150 anni che seguono, i Carabinieri di Molinella hanno poi cambiato indirizzo altre tre volte.

Molinella 1919
Molinella 1887
ll carabiniere ignoto che monta la guardia alla foto più antica
Per un lungo periodo, le cronache molinellesi non riportano nomi né imprese gloriose di uomini dell’Arma. Come il carabiniere ignoto che attraversa la piazza, a cui è dedicata la foto di copertina, ce n’è un altro, altrettanto sconosciuto, che all’interno della vecchia chiesa di San Matteo, parata a festa per una celebrazione patriottica in onore dei caduti di Dogali, monta la guardia… ad un errore tipografico. “Agli Eroi di Saati e Dagoli l’ammirazione del mondo”, dice infatti il cartello al centro, confondendo la località di Dogali, in Eritrea, con Dagoli, che non esiste.
Ma la foto con il carabiniere dal pennacchio (che si vede qui sotto, sulla destra) ha anche un’altra particolarità, molto più interessante: si tratta, probabilmente, di una delle foto più antiche di Molinella, databile tra il 1887 dell’eccidio di Dogali e il 1896 della disfatta di Adua. Poiché qui non si fa alcun cenno all’ingloriosa ritirata del generale Barattieri ad Adua (un fatto, questo, che ebbe un impatto enorme sull’opinione pubblica italiana, tanto da oscurare il ricordo degli eroi di Dogali), è da ritenere che la fotografia sia stata scattata nei primi mesi del 1887 o poco dopo.

Interno della Chiesa di San Matteo (archivio parrocchiale, 1887 circa)
Carabinieri senza nome, che ci guardano dalle vecchie fotografie, silenziosi e immobili nei loro pennacchi. Vengono in mente i versi di Costantino Nigra: “I purpurei pennacchi, erti ed immoti / Come bosco di pioppo irrigidito / Del Re custodi e della legge / schiavi sol del dover / usi obbedir tacendo e tacendo morir…” (La Rassegna di Novara, 1875).
Negli ultimi anni dell’800, Molinella vive in maniera drammatica lo scontro di classe e i carabinieri sono spesso chiamati in causa sulla stampa per essere dovuti intervenire a “sedare una sommossa in risaia” o per aver compiuto “numerosi arresti di scioperanti e sovversivi”. Ma le cronache del tempo riportano anche altri fatti, che trovano spazio sul Carlino: nel 1894, ad esempio, i carabinieri di Molinella indagano su un delitto: “Pietro Bevilacqua, birocciaio, è stato ucciso l’altra notte a coltellate in prossimità del pilastrino alla Spadona. Il coltello era spalmato d’aglio. Delitto premeditato, a quanto pare, per motivi di donne o questioni di gioco, maturato comunque nel fumo di un’osteria. Il sospettato è Virgilio Masssarenti, che pare sia scappato in America per sfuggire all’arresto …”. Arresto al quale non riuscì invece a sfuggire un tal Vittorione, “colto con le mani nel sacco a rubar polli dietro la casa di Testoni” (1898). Si ha notizia anche della lite tra due comari schiamazzanti dellaDecima “che ha richiesto l’intervento della forza pubblica” (1899).
E’ ancora il Resto del Carlino ad informarci che il 16 agosto 1900, uno squadrone di carabinieri a cavallo presidiava le campagne del molinellese, per proteggere dalla rabbia degli scioperanti “gli oltre 300 soldati mietitori armati di falcetto”, che il Governo aveva inviato sul posto su richiesta dei proprietari terrieri.
In tutto questo, non c’è stata fin qui una sola volta in cui si sia letto il nome o la dichiarazione di un carabiniere. Fedeli alla consegna che li vuole “usi obbedir tacendo”, per quanto ne sappiamo, i carabinieri di Molinella cominceranno a farsi sentire pubblicamente anche in voce solo nel 1914.

I fatti di Guarda del 1914
Le testimonianze del tenente Villani e del brigadiere Teneggi
E’ l’alba piovigginosa del 5 ottobre 1914. Al termine di un’estenuante trattativa sindacale che dura da mesi, circa duemila braccianti armati di vanghe e forconi, si sono radunati nei pressi della stazione di Guarda per impedire l’inizio dei lavori di trebbiatura in un fondo vicino.
“Fin dalle 3.30 di stamattina – mette a verbale il tenente Villani - mi sono trovato con nove carabinieri a cavallo alla stazione di Guarda, dove dovevano giungere da Bologna alcune automobili coi liberi lavoratori per svincolare due trebbiatrici, prima di recarsi a lavorare nei fondi boicottati. Solo verso le ore 6, all’approssimarsi del treno da Portomaggiore, vidi affollarsi improvvisamente di dimostranti le vicinanze della stazione. Allora io mi trovavo con una trentina di carabinieri, per i rinforzi venuti intanto dai paesi vicini. Vedendo però che il servizio era insufficiente di fronte a una massa disposta alla violenza, ordinai al brigadiere di Marmorta, Teneggi, che si spingesse sulla via di Bologna con altri due carabinieri in bicicletta per fermare le automobili dell’Agraria e perché procedessero cauti”.
“Prima della stazione di Guarda – conferma in Tribunale lo chauffeur Rambaldi - incontrammo una pattuglia di tre carabinieri ciclisti che ci fermarono e rimasero per circa 5 minuti a parlare con l’avvocato Donini (…). Ad ogni modo, ci disse il Brigadiere, mi lascino andare avanti per maggior sicurezza. Dopo di chéle automobili ripresero la corsa dietro ai carabinieri in bicicletta (...) A pochi passi dalle sbarre del treno, un gruppo di leghisti cominciò allora a lanciare dei sassi contro le automobili, prendendo di mira specialmente noi chauffeurs. I tre carabinieri per difenderci abbandonarono sulla strada le biciclette e si buttarono contro i leghisti. Si accese una zuffa ed un carabiniere rotolò nel fosso”.
E’ il prologo di uno scontro sanguinoso, che costerà la vita a sei krumiri, ingaggiati nel Veneto dall’associazione degli agrari molinellesi per dare inizio ai lavori che i braccianti organizzati nelle Leghe si rifiutavano di svolgere. Nella notte furono compiuti 35 arresti, 204 gli indagati a piede libero. La mattina seguente, scrive il Carlino, “si vedono centinaia di soldati che bivaccano all’ombra dei pioppi. Lancieri a cavallo e carabinieri ciclisti presidiano le strade che conducono a Guarda e il centro di Molinella, accampati sotto i portici e davanti al Municipio. Il prefetto ha nominato comandante della piazza di Molinella l’ispettore generale di polizia Adolfo Lutrario …”. Non si conosce invece il nome del capitano dei carabinieri che precedeva a cavallo il convoglio funebre diretto al cimitero: “Coprifuoco! Coprifuoco! Restate nelle vostre case con le porte e le finestre chiuse “ gridava il capitano, passando verso sera (il giorno stesso dell’eccidio) per le strade di una Molinella spettrale e deserta. Arrivato al cimitero, il capitano fu costretto ad estrarre la rivoltella per indurre il guardiano ad aprire il cancello “visto che questi si rifiutava di farlo senza un ordine preciso del sindaco”.
Marmorta 1923
L’appuntato Fais indaga sul delitto Marani
Nel tardo pomeriggio del9 agosto 1923, l’appuntato dei carabinieriFais Giovanni si trovava in caserma, quando, intorno alle ore 19, vide arrivare Augusto Marani, che gli riferì dell’avvenuta uccisione del fratello Pietro. L’appuntato si avviò allora con altri due militi verso il luogo del delitto. Giunto sul posto, raccolse le testimonianze che gli permisero di ricostruire l’accaduto, così come risulta dal testo del telegramma inviato la mattina seguente alla Questura di Bologna.
“Ieri 9 corrente mese, ore 17, a Marmorta di Molinella località Case Nuove, da uno sconosciuto vennero esplosi due colpi di rivoltella contro fascista Regazzi Augusto che rimase illeso. Verso ore 18,30 successive, circa 50 fascisti del luogo e paesi vicini capeggiati suddetto Regazzi scopo rappresaglia portaronsi in località Bosco Talon Marmorta distante circa cinque chilometri Caserma e precisamente abitazione sovversivo Marani Alfonso, di anni 50, ritenendo che autore dell’attentato fosse uno della di lui famiglia. Avendo trovata abitazione chiusa, fascisti salirono sul tetto e dopo avervi praticato un foro, da esso e dalle finestre primo piano vi penetrarono, aprendo porte ingresso e dando campo altri compagni fare altrettanto. Ricercati componenti della famiglia, trovarono nascosto sotto il letto il figlio Pietro di anni 26. Contro quest’ultimo il detto Regazzi esplose colpo di fucile uccidendolo. Altri fascisti intanto colpirono con tegole fratello ucciso, Marani Augusto di anni 30, che riportò ferita guaribile giorni sei. Poscia devastarono masserizie casa Marani con danno 500 lire. Appena fuori abitazione medesimi bastonarono coloni Mainardi Gaetano, Schiavati Adelmo, Zuccheri Arcangelo”.
Molinella 1927
I carabinieri, testimoni muti della diaspora dei molinellesi
Qualche anno dopo, quando già si era manifestata “la ferma volontà del Regime di normalizzare ‘Molinella la rossa’ con la forza”, i carabinieri furono testimoni muti e silenziosi di un altro episodio, tra i più tragici e dolorosi della nostra storia. La cosiddetta “diaspora dei molinellesi” verso Torino e la Francia, cominciò la mattina del 30 settembre 1927, quando le case di “dieci famiglie di irriducibili socialisti dichiarati indesiderabili” vennero prima circondate e poi assaltate dagli squadristi. Ridotti all’impotenza coloro che vi abitavano, entrarono in azione i facchini, i quali caricarono tutte le masserizie sui camion, “avendo però cura che i carabinieri del maresciallo Rasi prendessero nota di quanto veniva trasportato” . La colonna dei camion, i famosi Fiat 18BL della guerra del ’15 e della Marcia su Roma, prese poi la strada per Bologna “sempre scortata dai carabinieri”. Le operazioni di sgombero proseguirono fino al 19 novembre, quando “Molinella finalmente normalizzata poté ricongiungersi alla Madre Patria”.
Molinella 1930

Il maresciallo Rasi travolto dal caso Galeati
Il maresciallo Rasi che aveva assistito impassibile allo sfratto degli irriducibili (“suo dovere era ubbidire”), a quanto pare non mosse un dito neanche per difendere un arbitro di calcio in balia dei tifosi. Il 23 aprile 1930, quando era ancora agli inizi della carriera, il futuro arbitro internazionale Giovanni Galeati fu chiamato a dirigere un infuocato derby di seconda divisione tra il Molinella e la Portuense. All’ultimo minuto, mentre la partita sembrava incanalata sul risultato di 2-2 che non accontentava nessuna delle due contendenti, l’arbitro assegnò un rigore alla Portuense, grazie al quale i ferraresi vinsero la partita. Ne nacque una rissa furibonda in campo e sulla tribunetta in legno del vecchio campo. Galeati rimase barricato per qualche ora negli spogliatoi, difeso dal Podestà che presidiava la porta a braccia conserte. Appena tornò la calma, l’arbitro venne accompagnato in macchina all’Albergo Massarenti, sopra il Caffè Maggiorana, dove aveva preso alloggio la sera prima. Ma proprio mentre stava per varcare la soglia dell’albergo, “venne assalito alle spalle dal supertifoso Barilén che lo colpi al capo con una grossa pietra, lasciandolo tramortito e dolorante sul marciapiede”. Il caso Galeati ebbe una grande risonanza sulla stampa nazionale e finì col travolgere il maresciallo Rasi, che secondo voci di popolo venne perciò trasferito in Calabria. “Molinellesi teste calde, ma dov’era la forza pubblica”, si chiedevano infatti i giornali. Nella vignetta dello Sport Illustrato si vedono i carabinieri che accorrono … ma in ritardo.
Mondine in risaia
Gli incidenti di Ponte Stoppino del 1949
Il carabiniere motociclista Galati e il capitano Lugli
Scrive Indro Montanelli sul Corriere della Sera che Maria Margotti, 34 anni di Filo, “era una dei tanti, forse quindicimila tra uomini e donne, che quel giorno (era il 17 maggio 1949) si erano messi in marcia dal ferrarese per venire a dare una lezione ai crumiri saragattiani..”. Lei e le altre compagne, dice Renata Viganò, “venivano avanti pedalando e cantando come se dovessero andare ad una festa. Ma a Marmorta trovarono la Celere e i Carabinieri ad aspettarle”.
Gli incidenti più gravi scoppiarono verso mezzogiorno, “quando gli scioperanti cercarono di avvicinare i krumiri e furono caricati con i calci dei mitra, le loro biciclette fracassate con brutalità da carabinieri e celerini”. I feriti furono circa una trentina. Sulla strada, nei pressi della Tenuta Lenzi, un carabiniere motociclista aveva sparato una raffica sugli scioperanti, ferendo “di striscio” una donna di 62 anni. Lo stesso motociclista, che 22 testimoni indicheranno come il carabiniere Francesco Galati, tornò poi indietro per la stessa strada e, in vista di Ponte Stoppino, raggiunse un gruppo di uomini e donne che stavano già tornando verso Argenta. “Alle minacce del mitra, essi si sparsero ai lati della strada, attraverso i campi. In quell’istante, la Margotti veniva su da un sentiero e stava per attraversare la passerella che sostituisce il ponte in via di ricostruzione, per ritornare così sulla strada che porta ad Argenta, quando il carabiniere motociclista fece partire una raffica...”. Maria Margotti cadde a terra colpita e morì poco dopo, mentre veniva trasportata all’Ospedale Civile di Molinella.
I gravissimi fatti di Ponte Stoppino ebbero naturalmente una eco in Parlamento e una lunga di scontri di piazza, durante i quali si distinse il capitanoBolver Lugli, “per l’abilità, la determinazione e il coraggio dimostrati nella gestione dell’ordine pubblico a Molinella, in quelle difficili circostanze”.
Quel nome così particolare era la crasi di Bolivar. Come Simon Bolivar, l’indomito libertador dell’ America Latina, anche Bolver Lugli non conosceva la paura, Figlio di un ufficiale dei Granatieri, laureato in legge, nel 1940 si era arruolato nell’Arma ed era partito per la Russia. Dopo l’8 settembre del 43, da buon carabiniere “nei secoli fedele al Re”, non aderì alla Repubblica Sociale. Venne per questo internato a Bressanone e quindi trasferito in un campo di prigionia in Germania, dove rimase fino alla fine della guerra. Fu processato come tanti altri IMI (una sigla che stava per Internati Militari Italiani) e quindi “reintegrato con onore nell’Arma dei Carabinieri”. Nel 1947 prese servizio a Molinella. I suoi anni molinellesi furono i più terribili del dopoguerra. C’è ancora chi lo ricorda mentre andava in giro di notte, avvolto nel suo mantello nero da ufficiale, in compagnia di Bull, il cane fedele che obbediva solo al suo padrone. Raccontano pure che “rincorreva gli scioperanti con la camionetta perfino sotto i portici”.
Ma nel 1950, il capitano Lugli lasciò l’Arma dei Carabinieri, per dedicarsi all’attività notarile. Molti si chiedevano come mai un uomo d’azione come lui avesse scelto di finire dietro una scrivania. Lugli aveva conosciuto nel frattempo Enrico Mattei, il presidente dell’Eni, e ne era diventato l’uomo di fiducia. Fu da questi nominato direttore del personale alla IROM Petroli di Marghera. Ma alla morte dell’uomo che aveva osato sfidare le “7 sorelle”, Lugli tornò a fare il notaio a Mestre. Una morte assurda attendeva però al varco l’ormai ex capitano Lugli: nel 1968, durante il trasloco dei mobili del suo studio, rimase schiacciato dal peso di una cassaforte che si era staccata dal muro.
Quanto al carabiniere motociclista Francesco Galati, dopo tre anni di “estenuanti battaglie legali”, nell’aprile del 1952 era stato condannato dal Tribunale di Bologna a 6 mesi di reclusione, “per aver cagionato il 17 maggio in Marmorta la morte di Maria Margotti, operaia di Filo di Argenta”.

L’appuntato Antonio Chionna (1930-1980) Il capitano Bolver Lugli (1915-1968)
1980
L’eroico carabiniere Antonio Chionna
Molti se lo ricordano ancora, l’appuntato Chionna Antonio, che dal 1962 al 1970 aveva prestato servizio presso il Comando Compagnia di Molinella come radiotelegrafista. Nato in provincia di Taranto 1930, si era arruolato nell’Arma nel 1951. Divenuto appuntato, nel 1970 chiese ed ottenne il trasferimento nella sua regione. Dal 1977 era in forza al Comando Provinciale di Taranto.
La mattina del 3 giugno 1980, l’appuntato Chionna trovò morte gloriosa a Martinafranca di Taranto. L’ex maresciallo Del Sordo, che lo conosceva bene, dice che quella mattina l’appuntato si trovava per caso in bancacon indosso la divisa, quando fecero irruzione tre banditi armati e mascherati. I malfattori si erano già impossessati di una somma in denaro, quando il Chionna riuscì ad immobilizzarne uno. Il suo gesto provocò però la reazione di un complice, che sparò uccidendolo all’istante”. . Attraverso i giornali e la televisione, la notizia arrivò fin qui, suscitando molta commozione tra i militari dell’Arma e tra i semplici cittadini. In sede giudiziaria la responsabilità dell’assassinio venne attribuita alla organizzazione terroristica Prima linea che aveva rapinato la banca per “autofinanziarsi”. Insignito il 13 febbraio 1981 della medaglia d’oro al Valor Militare “alla memoria” , nel 1982 gli venne intitolata la sezione molinellese dell’Associazione Nazionale Carabinieri in Congedo, costituitasi proprio in quell’anno.

Il 5 giugno, come avviene ogni anno dal 1921, si celebra la Festa Anniversaria dell’Arma dei Carabinieri, “per ricordare in tale data il conferimento della Medaglia d’Oro alla bandiera che sventolò con onore sui campi della Prima Guerra Mondiale”.
Quella che qui si è tentato di raccontare, forse con molte imprecisioni e inevitabili dimenticanze, non è la Storia dei Carabinieri, ma una storia di carabinieri. La dedichiamo volentieri al nostro amico Lino Gurioli che per primo ne ebbe l’idea.
Andrea Martelli (con la collaborazione di Claudio Decataldo)



















