Luglio 1944: attacco al trenino della Veneta. Un racconto di Giuseppe Raimondi
Qualche tempo fa, il giornale La Stampa, nell'inserto settimanale TuttoLibri, ha riservato una breve citazione allo scrittore bolognese Giuseppe Raimondi (1898-1985). Militante anarchico-socialista, Raimondi partecipò nel 1914, alla "Settimana rossa". Ebbe legami d'amicizia con Giorgio Morandi, Filippo de Pisis e Carlo Carrà. Dopo la prima guerra mondiale collaborò con diverse riviste letterarie. Negli ultimi anni del fascismo si avvicinò al gruppo azionista di Carlo Lodovico Ragghianti, venendo arrestato nell'aprile del 1943 insieme a Francesco Arcangeli e Giorgio Morandi. La sua biblioteca e il suo archivio sono custoditi nella Biblioteca del Dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna.
Nel libro Giuseppe in Italia, pubblicato da Mondadori nel 1949 e unanimemente considerato il suo capolavoro, Raimondi racconta tra l'altro del “mitragliamento del trenino della Veneta”, avvenuto, scrive, nei pressi di Molinella il 17 giugno 1944. In realtà, il fatto è del 7 luglio, come si legge sul diario del parroco di allora, don Bergamini: “7 luglio. Stamattina quattro persone hanno trovato la morte presso Mezzolara sul nostro trenino mitragliato dagli aerei”.
Quella mattina, il treno era partito da Molinella diretto a Bologna. Aveva appena oltrepassato il ponte sull’Idice, quando venne colpito dagli aerei in picchiata. La prima raffica squarciò la carrozza di coda, poi gli aerei tornarono indietro e questa volta falciarono i civili, che scappavano in mezzo alle stoppie di grano. Tra le vittime, il capitano Angelo Rossi, parente dei Rossi della ferramenta e una ragazza di 26 anni, Anna Bergonzoni, che solo da qualche anno si era trasferita a Bologna con la famiglia.

Ecco il racconto di Giuseppe Raimondi
Quello che ci rende inquieti è l’incertezza sul momento della fine. Anzi, la disperata ignoranza. Si vorrebbe essere preparati. Non che Dio ci spaventi; una parola l’avremo, un accento sincero della nostra speranza; ma l’ansia di non essere stati pietosi con gli uomini. I mattini, alla metà di giugno, dopo che l’alba s’è alzata da un letto di stanchezza, sono vasti e incerti. Si porta con noi, sul treno sudicio, un’umida tristezza della notte. La terra, coperta di verde freschissimo, è indifferente all’angoscia degli uomini. Verso Molinella, attraverso le colture ordinate di riso e frumentone, i limpidi, piatti canali specchiano le mobili nuvole bianche rosate. Il rosa delle nuvole è come il primo caldo della giornata. Attenti a raccogliere questo incipiente tepore salutare, i passeggeri stendono le gambe, seguono i fili di un sogno senza più trama, accompagnano i pigri le battute di un dialogo. E’ un’ora innocente; l’uomo si ricorda dell’infanzia.
Il mio amico comunista, spettinato come i ragazzi che s’alzano troppo presto, aveva gli occhi di un’acqua azzurra e chiara. Limpida acqua di torrenti friulani e dolomitici. Parlava, nel ron-ron del treno scosso da sobbalzi sonnacchiosi. Mi piace assistere alla corsa ufficiosa e rapida delle sue parole, in cui trepida, più che un pensiero lungamente sostenuto, la salute e l’impazienza di una razza popolana. Osservo la violenza serena della sua passione politica, con una paterna pazienza, fin sproporzionata per i dieci anni che si separano nel tempo. Tra la Guarda e Mezzolara sono le distese infinite di grano giallo e alto, chiuse all’orizzonte dai filari di pioppi, sotto i quali s’indovina un piccolo canale, un poco d’acqua. “Il Partito” egli dice “realizza ogni nostro ideali di libertà. In lui veramente ha principio e fine la vita di un uomo, di un comunista. Non so cosa sia stato il mondo prima di noi. E non so cosa sarebbe la mia vita senza quella dei miei compagni. Siamo una cosa sola; e non ci accorgiamo neppure di volerci bene. Il lavoro di Sezione non ci lascia troppo per la fantasia…”. Guardando dal finestrino nella campagna, dove il sole, già alto, metteva ombre più nere, azzardavo: “E’ una fantasia, invece, che lascia inquieta la libertà. La mia libertà si alza, ogni giorno, con esigenze nuove. Con lei, non ci si intende mai”. Mi interruppe l’amico: “Libertà, libertà… Io mi ci perdo; ho bisogno di limiti. La mia libertà è nel presente”. “La mia, nel passato e nell’avvenire”. Il treno caricò, alla stazione di Mezzolara, un ufficiale fascista, che accompagnava la moglie; una magra, incipriata, linfatica donna, dal vestito a grossi fiori lilla, neri e bianchi. Un passeggero, rivolgendosi ad uno che entrava chiese che giorno era: “Il 17 giugno” rispose questi.
Il treno s’era rimesso in cammino, composto di tre vetture e la macchina, marciando lento e curvo tra i campi di grano. L’amico comunista, parlava, e il sole metteva una voglia di sonno. Fu allora che dei colpi, qualcosa d’insolito prese ad attraversare il treno. Subito ci avvedemmo di scoppi, brevi, rapidissimi, in mezzo a noi. Si pensò ai partigiani. Erano spari, sibili più lunghi, di proiettili. Ora frequentissimi. Con l’amico ci buttammo, distesi, sotto al sedile. Dalla parte di fondo della vettura, entravano adesso i proiettili che, s’accendevano, in un disegno ordinato geometrico, tracciando un aereo ricamo di fuoco. Il treno si fermò, ebbe un trasalimento; e allora dall’interno si alzarono i primi gridi, i richiami, dopo attimi interminabili di un silenzio mortale. In quel momento s’intesero i motori di apparecchi, e l’ombra fugace di un’ala di aereo ci passò sul viso, che era rivolto in alto. La mitraglia aveva ormai traforato il soffitto di legno, che bruciando puzzava orrendamente, Ci alzammo per saltare dal finestrino. Un rivoletto, un cordone di sangue mi passava sotto la gamba. Era l’ufficiale fascista, cui la moglie, silenziosa, reggeva un involto sanguinoso che sporgeva dal ventre. Egli taceva, senza sguardo. Saltammo. Tutti fuggivamo dal treno, che bruciava nell’ultima vettura, la nostra. Come i topi inseguiti dal cane di campagna. I due caccia sparivano all’orizzonte. In una fattoria medicavano i feriti. Distesero alcuni morti, grigi, segnati di rosso, sull’aia; li coprivano con le grosse tele ingommate. Un odore di semi di canapa; delle nubi bianche nel cielo grigio; il sole batteva sul legno dei carri, sugli strumenti abbandonati nell’aia. Partiva qualcuno sulle biciclette che trillavano di campanelli nel mattino. In un barroccio, tra casse di pesche e di susine (rosso, giallo, azzurro), issavano i morti, chiusi nelle tele. La macchina prese a fischiare; e nell’aria trasparente e gioiosa del mattino sembrava, dopo quell’ora confusa di morte, un invito deciso alla vita.
Il piccolo treno, ripulito alla meglio dal sangue, ridotto a due vetture, ripartiva. Pochi erano i passeggeri; si guardavano, con un lento sorriso, quasi per riconoscersi, e ricordare. L’amico non mi accompagnava. Appoggiato alla porta, guardavo nella campagna dove il grano giallo, sotto il sole, pareva grigio ; e sentivo di abbandonarmi col cuore al sonno. Solo l’orecchio non voleva dormire. E nel ronzio del treno mi parve di afferrare, in qualche parte, un respiro, il fremito di una corsa, l’ansia di una volontà nemica. Uscii nel terrazzino. Il treno correva adesso tra coltivazioni di granoturco. Distinsi il rumore di apparecchi; li cercai, li scorsi; giungevano rapidissimi; precipitavano dalle bianche nubi. Erano i due del mattino. Mi buttai dal treno, che in curva rallentava.
Dalla scarpata, strisciai in mezzo al granoturco. In quel momento cominciava il ta-ta-ta dei colpi fitti, continui, incalzanti. Guardai il treno, già fermo: bruciava in un urlo di uomini. Qualche scampato correva sui campi. In uno scoppio di bomba, saltò la macchina. Gli aerei compivano adesso, con calma e precisione, una ronda di fuoco sul cerchio di morte. Volavano a venti metri, sfiorando i pioppi dei sentieri. Sparavano, quasi seguendo un ritmo musicale. Dal granoturco della scarpata cercai di portarmi verso la campagna. Alzavo appena il capo: e i proiettili falciavamo la cima delle canne verdi fiorite, tra piccole fiamme rosse e gialle. Ripiombavo col viso nella terra. Tra il rombo degli aerei, che frastornava, un ragazzo, un altro scampato, mi chiamava, affondato nel terreno; diceva: “Non si muova”. Mi allungò una mano, che io strinsi. Così , lentamente, incominciammo a strisciare verso un’ombra, dove erano gli alberi. La terra era ancora fresca della notte. Odorava. Sentii la mano, che stringevo, assottigliarsi, farsi più piccola, e fredda. Chiamavo lo sconosciuto; lo cercai nel volto, tra le canne. Sanguinava dal capo, gli occhi spalancati. Correvo adesso, inorridito, le gambe rotte, di albero in albero, gli occhi in alto. Mi buttavo nei fossi, schiacciandomi; come fanno i cani. La mitraglia, dal cielo, inseguiva , spietata, attentissima. I proiettili scheggiavano gli alberi; la scorsa odorava di verde. Non finiva mai. Giunsi ad un pagliaio; lo sguardo travolto, cieco dal sole, vedevo i due apparecchi filare rapidi lontano.
A che pensa l’uomo in pericolo di morte? Io non mi ricordo. Un momento solo vidi la minore delle mie bambine dormire e sorridere, sotto una tenda verde, presso il mare. Ero felice, mi ricordo. Sotto il granturco verde, la luce filtrando era verde. La bocca urtava la terra, di un arso sapore di sale. A specchio di quel verde, gli scoppi accendevano fiammelle rosse, come in una festa pirotecnica. Sarei morto felice, immemore di ogni altra cosa.
Giuseppe Raimondi
(Giuseppe in Italia, capitolo XXXVII; Arnoldo Mondadori Editore; Milano, 1949)




















